martedì 11 dicembre 2018

Vero dal vivo. Francesco De Gregori

anno: 2018   
regia: BARRACO, DANIELE    
genere: documentario    
con Francesco De Gregori, Francesca Gobbi, Federico De Gregori, Marco De Gregori, Vincenzo 'Chips' LOmbi, Guido Guglielminetti, Paolo Giovenchi, Alessandro Valle, Carlo Gaudiello, Francesca Rapetti, Roberto Izzo, Stefano Cabrera, Raffaele Rebaudengo    
location: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Regno Unito, Usa
voto: 2    

Potrebbe chiamarsi La strategia dell'imbucato o anche Elegia del tabagismo quest'oggetto mostruoso dalle vaghe sembianze filmiche che riprende il cantautore Francesco De Gregori nel corso di una sua tournée in Europa e negli Stati Uniti. Già, perché il regista Daniele Barracco sembra essere stato accolto come un ospite indesiderato tra alberghi, pullman e backstage dei teatri dove il musicista romano si è esibito, tanto sono espressivi e perentori gli sguardi in cagnesco che De Gregori rivolge in macchina. Il ritratto che esce da questo breve documentario, presentato al Festival del cinema di Roma, ma senza un vero sbocco in sala, non aggiunge una sola virgola a quanto già si sapeva dell'autore di canzoni come La donna cannone, Rimmel e Alice non lo sa. Al contrario, il profilo umano di De Gregori ne risulta addirittura peggiore di quanto non sia apparso in occasioni analoghe (Banana Republic, Finestre rotte: erano già due i documentari che lo celebravano): un tabagista che cerca ogni occasione per fumare, scostante, antipatico, accompagnato da una moglie - Francesca Gobbi - che, potendo, è persino più accigliata di lui, con quella mutria ingrugnita costantemente stampata sul volto. E anche la musica non ci fa una gran figura, soprattutto se questa deve essere la versione scodellata a chi non conosce le prodezze di scrittura di De Gregori: si insiste moltissimo, anche per lanciare la sciagurata operazione commerciale del singolo venduto a 1200 euro, sul tradizionale napoletano Anema e core, propinato in tutte le salse dai due coniugi, mentre viene lasciato pochissimo spazio alla produzione autografa del cantautore romano: un accenno di Generale e frammenti quasi impercettibili di canzoni minori come Buenos Aires e Deriva. Né aiutano le interviste svogliate rivolte ai compagni della band o l'aspetto da malato terminale prelevato da Mauthausen che ritrae il protagonista, qui senza neppure la caratteristica barba: pelle e ossa di un uomo consumato da chissà cosa (è malato?) e che ha perso la bellezza scintillante che fino a vent'anni prima faceva delirare le ragazzine sotto i palchi di mezza Italia.   

MUMFORD & SONS


MUMFORD & SONS (2018) Delta


Dopo il primo ascolto del quarto album della band londinese è stato forte l’impulso di riporre Marcus Mumford & sodali nell’ampia cartella degli “ex gruppi preferiti”. Ma qualche buona idea in fase di scrittura la si intuiva, e quantomeno non soffocata dagli arrangiamenti innodici e massificati del precedente, deludente “Wilder Mind” (2015). La curiosità ma soprattutto l’affetto e la stima per una band che con i primi due lavori aveva rivitalizzato con sapienza e passione l’incartato folk-rock inglese (che aveva beneficiato dei precedenti aggiornamenti ormai 30 anni addietro, con Moving Hearts prima e The Pogues dopo), in questo prendendosi per mano con gli altrettanto geniali Fleet Foxes, nel solco della tradizione sull’altra sponda dell’oceano, mi hanno convinto a riascoltare il disco, che da buon sleeper ora fatica a staccarsi dal mio lettore. Perché la penna è di ottima qualità, se si eccettua qualche scivolone (su tutti gli insipidi electronic-driven “Darkness Invisible” e “Picture You”, e la melassa di archi del secondo singolo “If I Say”, accompagnata dal non proprio ungarettiano verso “se dico che ti amo, allora ti amo” ribadito una trentina di volte, giusto per chi fosse in astinenza da Gigi D’Alessio) ed una regia che talvolta strizza l’occhio agli ultimi Coldplay ed Ed Sheeran. E soprattutto si apprezza, sebbene di strada da fare ne resti ancora parecchia, un progetto di fusione della musica folk con il pop-rock da arena degli anni ’80 (d’altronde è forse questa la musica pop-olare contemporanea) finora riuscito commercialmente a gruppi qualitativamente minori quali per esempio Of Monsters And Men, The Head And The Heart, The Lumineers. Non è la riuscita crasi tra la grande tradizione del folk anglo-scoto-irlandese col folk-rock americano operata dai Fairport Convention nei ’70, né col rock tout-court dei Moving Hearts e col punk dei Pogues negli ’80, ma a mio parere la strada imboccata è originale sebbene non proprio a fuoco. Non aiutano gli arrangiamenti promossi da Paul Epworth, già produttore di Adele, Paul McCartney, U2 e dei Coldplay nel poco riuscito “Ghost Stories” (2014), guarda caso caratterizzato dalla medesima mancanza di coesione e dalle incertezze formali (mascherate da intimità) di “Delta”. A tratti si ha in effetti la non piacevole sensazione che i Mumfords suonino come i Coldplay che cercano di suonare come gli U2. Omologati. Con la differenza da cercare nelle radici: folk, pop e rock rispettivamente, e nell’ispirazione del momento. Impietosa al riguardo la critica (ma i Mumfords sono da sempre più amati dal pubblico che dai giornalisti), sebbene ampiamente divisa con giudizi che vanno dal capolavoro alla stroncatura: “Delta is their best album yet, spiritual solace wrapped in secular anthems” (The Telegraph, UK: 10/10); “There is a pulse, but it’s soft and turned electronic. There is emotion, but it’s been intentionally encased in a digital cocoon, one that turns Delta into soft, shimmering background music” (AllMusic, USA: 2,5/5); “Delta brings back the banjo and the big choruses, but is doing too much of everything” (Spin, USA: 6/10). Complessivamente Metacritic assegna all’album un deludente 56/100, risultato della media di 14 recensioni. A mio giudizio troppo severe, forse in considerazione delle aspettative nei confronti di un gruppo che ha dimostrato finora di possedere ben più frecce all’arco rispetto alla media. Perchè a mio parere il prodotto finale è assolutamente piacevole all’ascolto, celebra le nozze discretamente riuscite tra il banjo e l’elettronica, come in ogni matrimonio ci fa assistere ad alcune cadute di tono ma anche a spunti ispirati, manca totalmente di sense of humour, nel contempo ribadendo la tendenza all’epica già propria del DNA dei nostri, e che assai verosimilmente si trasformerà in anthemica nelle arene, dimensione ormai acquisita e meritata come dimostrano i sistematici worldwide sold-out dei concerti del quartetto di Londra.
Voto Microby: 7.7
Preferite: Guiding Light, Woman, Slip Away

giovedì 6 dicembre 2018

THE MEN


THE MEN (2018) Drift

Chi conosce i The Men punk/hardcore degli esordi li dimentichi, così come chi li ha apprezzati nella versione blue collar rock/garage ’60 di Tomorrow’s Hits (2014). Conservi invece la chiosa della recensione di quell’album sul nostro blog: “tutto suona come una calda e riuscita dichiarazione d’amore al rock del passato”. Perché Mark Perro e sodali imbastiscono una sorta di compilation autografa dei disparati generi musicali che evidentemente hanno nelle corde. Così i nove brani in scaletta vestono nell’ordine gli abiti 1. Post-punk/No wave alla Gang of Four/James Chance 2. Pop alla 10CC/Todd Rundgren 3. Krautrock alla Gong 4. Folk-rock acido westcoastiano alla Hot Tuna/Jefferson Airplane 5. Acoustic ballad da Laurel Canyon 6. Proto-punk alla Stooges 7. Raga lisergici alla It’s A Beautiful Day 8. Psych-rock desertico tra Giant Sand e Friends of Dean Martinez 9. Cantautorato alla Tim Buckley. Confusi? La band di Brooklyn non sembra, perché la qualità media dei brani è davvero buona, e se manca la coesione (per nulla inseguita dal gruppo) si acquista in varietà: come le musicassette di autori vari che, tanto tempo fa e distanti dalla logica delle hits, registravamo per gli amici o per ascoltarle in auto. Chi è cresciuto musicalmente tra gli anni ’60 e gli ’80 apprezzerà.
Voto Microby: 7.5
Preferite: Rose On Top of The World, Secret Light, Killed Someone

lunedì 26 novembre 2018

ELVIS COSTELLO


ELVIS COSTELLO & The Imposters (2018) Look Now



Da almeno due decenni è quantomeno fuorviante considerare Elvis Costello (al secolo Declan Patrick MacManus, classe 1954) un artista pop-rock. Così come fuori luogo era stato classificarlo un riottoso rocker ad inizio carriera (già al secondo album apparivano risibili gli stickers in copertina che lo bollavano come punk, lui artisticamente più vicino a un Buddy Holly o perfino un Serge Gainsbourg che a icone punk come Joe Strummer e Johnny Rotten/Lydon). Il dipanarsi della carriera lo ha chiaramente consacrato come una delle più brillanti penne della canzone d'autore dell'ultimo mezzo secolo. Certo più imparentato con il pop di classe che con il rock, il jazz, la musica classica, persino l'operistica, tutti generi che pure l'inglese ha frequentato con interessanti ma mai indimenticabili risultati. Il fan che l'ha seguito con continuità (mi metto tra costoro) ha apprezzato un carniere di qualità mediamente buona, con alcuni capolavori ma anche una manciata di lavori trascurabili, sebbene mai banali. L'ascoltatore che si sia avvicinato solo occasionalmente all'artista non potrà ignorare almeno un capolavoro per decennio (This Year's Model-1978, Imperial Bedroom-1982, Painted From Memory-1998 con Burt Bacarach, The River In Reverse-2006 con Allen Toussaint), seppur diverso per ingredienti, ricetta, forma e palato. Chi l'avesse dimenticato nel nuovo millennio può provare a riscoprirlo con il nuovo album, il suo più miratamente "pop costelliano" da due decadi: ora come agli esordi assai lontano dai suoni di moda, e come allora votato all'evergreen per brillantezza di scrittura ed esecuzione (ora più pianistica ed orchestrale piuttosto che chitarristica come in gioventù). Chi non ha mai sopportato il suo timbro vocale rinolalico ed il suo vibrato da crooner/chansonnier (più dalle parti di Frank Sinatra che di Michael Bublè, per un doveroso distinguo) se ne starà alla larga anche ora. Eppure mentre il punk-rock è diventato storia, Elvis Costello la storia continua a scriverla.
Voto Microby: 8
Preferite: Under Lime, He's Given Me Things, Suspect My Tears

mercoledì 21 novembre 2018

THE MARCUS KING BAND


THE MARCUS KING BAND (2018) Carolina Confessions



Ci fosse stato il bisogno di una conferma, dopo la benedizione del sophomore album prodotto da Warren Haynes che aveva anche salutato l'allora ventenne chitarrista come proprio degno erede, questa arriva puntuale con un altrettanto valido terzo album. Prodotto stavolta da Dave Cobb che cerca di imbrigliare questo cavallo di razza, riuscendo a razionalizzare la forza d'urto e le molteplici influenze musicali convogliandole in un southern rock maggiormente centrato sul blues ed il soul (con il vescovo Solomon Burke ideale spiritual guidance), l'album trattiene le (belle ed originali per il genere) contaminazioni bianche ad alcuni passaggi ed arrangiamenti strumentali, lasciando che la band del ventiduenne rossocrinito e sovrappeso chitarrista le esprima in toto dal vivo (dimensione in cui si apprezzano il suono vintage e le derive jazz-rock alla Mahavishnu Orchestra, certi sentieri psichedelici alla Santana di Caravanserai, il tocco del tastierista DeShawn Alexander più che evocativo di Joe Zawinul, ed alcune soluzioni da orchestra zappiana; per non parlare degli assolo seventies dei musicisti). Sia in studio che sul palco il suono appare spesso troppo pieno, con eccesso di stratificazioni strumentali (soprattutto di fiati e cori), ma il peccato è veniale perchè si intuisce che non si tratta di coprire poche idee con sovrabbondanza di suoni, ma che il nostro ha molto da dire , ed entusiasmo ed età non lo aiutano nella sintesi. Voce e chitarra spettacolari, pieno possesso della tradizione musicale americana sia bianca che nera (in particolare sudista, ca va sans dire): non solo Marcus King è il migliore giovane chitarrista dai tempi dell'allora imberbe Derek Trucks (come ebbe a dire Warren Haynes), ma possiamo anche sostenere che Gregg Allman ha trovato il suo erede.
Voto Microby: 8.3
Preferite: Where I'm Headed, Confessions, Autumn Rains

domenica 18 novembre 2018

Recensioni al volo: Raul Midon, David Crosby


RAUL MIDON - If You Really Want (2018)

Polistrumentista/cantautore americano, cieco dalla nascita, il New York Times dice di lui : "a one-man band who turns a guitar into an orchestra and his voice into a chorus”.  Nato nel 1966 nel New Mexico, da genitori di origine afro-americana ed argentina, ha alle spalle collaborazioni con Stevie Wonder (che ha anche partecipato al suo disco del 2005 “State of Mind”), Herbie Hancock, India Aire, Jason Mraz e Marcus Miller. Le influenze messicane e sudamericane hanno preso il sopravvento, rendendo la sua musica una perfetta fusion di latin beat, jazz e R&B. In questo suo decimo lavoro è affiancato dalla Metropole Orchestra di Vince Mendoza, una specie di corazzata di ritmi latini con fiati a volontà ed energia illimitata. Un ottimo album per conoscerlo ed andare a ritroso nella sua carriera. Rimandi: Al Jarreau, Donny Hathaway, Stevie Wonder, Jose Feliciano. Da ascoltare: Everyone Deserves a Second Chance, Sunshine (I Can Fly), Ride on a Rainbow. Voto: 1/2



DAVID CROSBY - Here If You Listen (2018)

Tre dischi da solista tra il 1971 ed il 1993, ed ora quattro lavori in quattro anni.  Evidentemente l’ispirazione si deve essere accresciuta con l’età perchè a 77 anni suonati riesce ancora ad incantare con le sue armonie oniriche e i suoi accordi sincopati, che da sempre sono il suo marchio di fabbrica. Non mancano poi il suono della sua chitarra acustica e le meticolose parti vocali corali, con quella sensazione di continuo “déjà vu”. Anche un paio di brani riesumati dal passato (“1967” e “1974”) e la bellissima versione di Woodstock di Joni Mitchell (con la voce di Michelle Willis che ricorda proprio l’originale) sembrano volere piantare le radici della sua saggezza poetica verso un orizzonte fatto di brillantezza e speranza.  Da ascoltare: Your Own Ride, Woodstock. Voto:


venerdì 2 novembre 2018

ERIC CHURCH, AARON LEE TASJAN, LEON BRIDGES


ERIC CHURCH (2018) Desperate Man

A dispetto del titolo, il sesto album del cantautore del North Carolina non suona depresso, meno che meno disperato. Anzi la varietà degli stili affrontati, dal country al blues, dal rock alle soul ballads, e la precedente collaborazione con Ray Wylie Hubbard forniscono un’impronta vivace e decisa alle canzoni che, pur non reggendo il paragone con il suo capolavoro “Mr. Misunderstood” (2015), soddisferanno pienamente gli amanti dell’outlaw country così come del contemporary country. Anche in un lavoro buono ma non imprescindibile, il nostro si dimostra artista di serie A, meritevole di sedersi a fianco di Ryan Adams e Zac Brown.
Voto Microby: 7.7

Preferite: Heart Like A Wheel, Some of It, Desperate Man


AARON LEE TASJAN (2018) Karma For Cheap
Terzo album per il singer-songwriter e chitarrista dell’Ohio, sideman per numerose e musicalmente differenti bands (dai Drivin’n’Cryin’ alle New York Dolls), così come eclettica è la produzione personale: dal country-rock ad un blues contaminato, fino all’attuale pop-rock che guarda ugualmente agli anni ’60 come ai ’70, riuscendo a fondere il nucleo centrale beatlesiano tanto con Roy Orbison quanto con il David Bowie glam. Più complesso di quanto appaia al primo ascolto, ed in tal senso ricco di intelligenti sorprese, risulta alla fine piacevolmente demodè, ed a suo modo originale.
Voto Microby: 7.5
Preferite: If Not Now When, The Truth Is So Hard To Believe, Strange Shadows


LEON BRIDGES (2018) Good Thing

Sophomore album per il texano Todd Michael Bridges, dopo il successo commerciale di Coming Home nel 2015. E conferma di un talento soul che si nutre con umiltà della lezione melodica di Sam Cooke, attraversa con sicurezza il funk di Prince e si appropria con naturalezza del nu-soul di Frank Ocean. Con le doti per scoprire nuove vie per la musica black ma anche il fiuto per le classifiche di vendita. Vediamo che strada prenderà (al momento interlocutoria).

Voto Microby: 7.2
Preferite: Bad Bad News, Be Ain't Worth The Hand, If It Feels Good







Vero dal vivo. Francesco De Gregori

anno: 2018    regia: BARRACO, DANIELE     genere: documentario     con Francesco De Gregori, Francesca Gobbi, Federico De Gregori, M...