martedì 20 febbraio 2018

Fabrizio De André. Principe libero

anno: 2017   
regia: FACCHINI, LUCA
genere: biografico
con Luca Marinelli, Valentina Bellè, Elena Radonicich, Davide Iacopini, Gianluca Gobbi, Lorenzo Gioielli, Anna Ferruzzo, Laura Mazzi, Orietta Notari, Orsetta de Rossi, Elena Arvigo, Daniel Terranegra, Francesca Ziggiotti, Ciro Esposito, Roberto De Francesco, Matteo Martari, Tommaso Ragno, Ennio Fantastichini    
location: Italia
voto: 4

Non è bastato un attore versatile come Luca Marinelli a fare di Fabrizio De André - Principe libero, prodotto da Rai Fiction e proposto come evento in sala per un paio di giorni prima del passaggio televisivo - un film dignitoso. Il biopic su uno dei più grandi autori e interpreti della canzone italiana fa quasi interamente leva sulle sue vicende sentimentali, lasciando completamente sulle quinte il processo creativo, l'attività di dotatissimo traduttore, la poetica e la sensibilità letteraria del cantautore genovese. Partendo dalle scorrerie adolescenziali nei carruggi di Genova e dalla frequentazione dei bordelli locali, nella prima parte il film dell'esordiente Luca Fiacchini mette a fuoco il difficile rapporto con un padre ingombrante (Fantastichini), vicesindaco del capoluogo ligure e patron dello zuccherificio dell'Eridania: un uomo che avrebbe voluto vedere suo figlio "Bicio" con una laurea in avvocatura alla stregua del primogenito Mauro (Iacopini). Da lì il racconto si snoda sugli esordi da avanspettacolo insieme a Paolo Villaggio (Gobbi), con brevi richiami all'amicizia con Luigi Tenco (Martari), con il poeta Riccardo Mannerini (Ragno) e con Fernanda Pivano (Notari). Poi i primi successi, Mina che canta in tv La canzone di Marinella, la paura per le esibizioni dal vivo, rotta col famoso concerto alla Bussola di Viareggio, fino a che il film non finisce per  dipanarsi quasi interamente sui rapporti con le due mogli: Enrica, detta Puny (Radonicich) - che una sceneggiatura infingarda fa passare per una borghesuccia demente - e Dori Ghezzi, interpretata da una pessima attrice come Valentina Bellè. È a questo punto, alla metà del film, che il biopic si trasforma in una storiellina sentimentale nella quale si vede chiarissimamente l'impronta di Dori Ghezzi, capace di trasformare il lungometraggio in un'operina egoriferita nella quale si perde completamente di vista il lavoro di Faber sulla canzone (se non per qualche sottolineatura didascalica che ci racconta di Crêuza de mä e del concerto con la PFM) e gli unici spunti extra rimangono l'avvio dell'attività da allevatore in Sardegna, il successivo sequestro della coppia, qualche cenno al rapporto col primogenito Cristiano e la morte del padre.
C'è da domandarsi a chi e quanto possa interessare un film della durata di tre ore che ha l'unico merito di mostrare pervicacemente lo spirito libero e anarchico del protagonista, la sua determinazione ed estrema coerenza nell'andare "in direzione ostinata e contraria", di sentirsi davvero vicino agli ultimi. Per il resto, il film dimentica quasi completamente la prolungata estasi creativa del protagonista (non fu così per un eccellente prodotto di stampo televisivo, quello su Rino Gaetano), trascura quei minimi accorgimenti di finzione che dovrebbero derivare dal trucco degli attori, sempre identici, e si affida a un Luca Marinelli dall'accento romano, qui - dispiace dirlo - alla sua prova più opaca. L'autore di pietre miliari come Via del campo, La guerra di Piero e Il pescatore ne esce come un ubriacone accidioso, dedito unicamente a sigarette, alcol e sottane, refrattario alla lettura (esiste un archivio sterminato di foto di De André con qualche libro in mano): un autore così gigantesco avrebbe meritato ben altro…   

lunedì 19 febbraio 2018

MARY GAUTHIER


MARY GAUTHIER (2018) Rifles & Rosary Beads

Mary Gauthier è negli USA solitamente filed under “americana” o “alt-country”, perché nonostante lavori che spesso partono dal folk o dal country, non lo fanno mai in modo canonico. Insieme a lei altre grandi come Lucinda Williams, Gretchen Peters, Kathleen Edwards, Eliza Gilkyson: cantautrici dal passo greve e attitudine scura, voce dolente e testi tormentati. Rifles & Rosary Beads è un progetto partito già 4 anni fa con la partecipazione, insieme ad altri musicisti, della cantautrice americana all’iniziativa “Songwriting with soldiers”, alla quale hanno aderito veterani americani di diverse guerre, più o meno recenti, insieme alle loro famiglie (si stima che ogni anno 7400 veterani di guerra americani si tolgano la vita). Quindi un concept atipico per una cantautrice di solito dedicata a canzoni autobiografiche, e centrato invece sui racconti di altri, sugli aspetti umani, immediati, drammatici, strazianti del loro coinvolgimento in una guerra, ed ai risvolti penosi delle famiglie in attesa a casa, delle difficoltà del reinserimento nella società (“Invisible… the war after the war”), quando non del vero e proprio shock post-traumatico da stress. La Gauthier, che da sempre definisce il proprio songwriting un “country noir”, è perfetta nel ruolo. Prodotto da Neilson Hubbard degli Orphan Brigade (di cui un membro è il Ben Glover abituale co-writer di molte canzoni di MG e suo sodale nei live), l’album vede la fondamentale partecipazione del nostro Michele Gazich, il cui violino di formazione classica è poco adatto alle danze ma perfetto per lo struggimento (“piange come nessun violino in America” secondo la Gauthier). Il musicista/cantautore/poeta bresciano collabora dal 2002 con la folksinger di stanza a Nashville, ed insieme hanno già iniziato la promozione dell’album negli USA, in un tour in duo che li porterà in Europa (e anche dalle nostre parti) il prossimo ottobre. Album profondamente folk nelle intenzioni, nella scrittura e nell’impianto: a dispetto di uno scarno supporto di chitarre elettriche, gli arrangiamenti sono acustici, fra plettri e corde di violino, armonica e pianoforte, ed una sezione ritmica da banda rurale, ed ovviamente i testi sono inscindibili dalle melodie (l’album è distribuito in Italia dalla benemerita etichetta locale Appaloosa, in confezione con liriche e traduzione italiana a fronte). Ne scaturisce una toccante riflessione decisamente più umana che politica sul significato della guerra, con suoni rurali ed antichi che farebbero pensare alla guerra di secessione americana, ed invece proprio per i suoni diventa atemporale ed universale. Avviso ai naviganti: un piccolo capolavoro nel suo genere, probabilmente una noia per l’ascoltatore abituale di pop, rock, hip hop, black music.
Voto Microby: 8
Preferite: Soldiering On, Brothers, The War After The War

domenica 18 febbraio 2018

Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu

anno: 2007   
regia: TURCO, MARCO
genere: biografico
con Claudio Santamaria, Laura Chiatti, Kasia Smutniak, Thomas Trabacchi, Vitalba Andrea, Ivano De Matteo, Giorgio Caputo, Mia Benedetta, David Brandon, Rosita Celentano, Francesca Antonelli, Emanuela Aurizi, Serafino Fuscagni, Roberta Rovelli, Leonardo Maddalena, Marta Iacopini, Francesco Apolloni, Giorgio Colangeli, Nicola Di Pinto, Ninetto Davoli, Andrea Rivera    
location: Italia
voto: 8

Negli anni '70 Rino Gaetano fu l'unica, straordinaria voce anarchica del panorama musicale italiano, distante tanto dalla canzone commerciale quanto dalle frange del cantautorato più impegnato. Poeta dadaista, ironico e sarcastico, originario di Crotone ma vissuto a Roma dall'età di 11 anni, Rino Gaetano nella sua musica frullava insieme impegno e contestazione, Majakowskij e il teatro assurdo di Godot e Yonesco, nonsense, imprevedibilità e tormentoni, Buscaglione e Petrolini, iconoclastica e divertissement, espressioni popolari e lingua colta. Tutto questo è raccontato nel bel film che Marco Turco ha girato per Rai Uno, in un'opera che mette a fuoco i tormento del personaggio, il suo essere troppo in anticipo sui tempi, i problemi sentimentali legati ai due grandi amori della sua vita, il rapporto con il manager dei primi tempi (Mecocci, che nel film diventa Cerioni, impersonato da un ottimo Giorgio Colangeli), quelli col padre (Di Pinto), un portinaio  autoritario e all'antica, l'incapacità di reggere il successo e di tenere testa ai boss della RCA, la multinazionale del disco che fu anche la responsabile della sua depressione e del rapporto sempre più intenso con la bottiglia. Claudio Santamaria, con un'interpretazione da Oscar che fa il paio con quella del Johnny Cash interpretato da Joacquin Phoenix in Quando l'amore brucia l'anima, dà voce, corpo e anima a quell'artista immenso e tormentato. Con un cast di prim'oirdine e una serie di personaggi di contorno ben definiti, la biopic su Rino Gaetano si eleva di molto sulla media delle produzioni televisive. Certi clichè degli anni '70 che sfiorano la caricatura sono il punto debole di un film con un solido impianto narrativo sulla vita di un genio della musica scomparso in un incidente stradale a soli 31 anni, nel 1981, e già ricordato nei titoli di film come Il cielo è sempre più blu e Mio fratello è figlio unico.   

lunedì 12 febbraio 2018

ANDERSON EAST, BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB


ANDERSON EAST (2018) Encore



Quarto album per Michael Anderson, biondo soul-singer dell'Alabama che ha goduto di meritata visibilità due anni fa con il precedente Delilah (2016). Formula vincente non si tocca e quindi eccolo riproporre il caldo (torrido, considerando la sua passionale voce roca) suono Stax anni '50 e '60, che evoca Otis Redding e Sam & Dave (ma con la carica di James Brown) e, al massimo della modernità, il Van Morrison soul/R'n'B dei '70. Un primo lato ottimo per penna ed equilibrio negli arrangiamenti, ed un secondo in cui pecca di enfasi e sovraccarica le canzoni di suoni, posizionano qualitativamente l'album un filo sotto il precedente. Ma chi ama la black music del secolo scorso e non l'evoluzione attuale troverà di che godere.
Voto Microby: 7.5
Preferite: This Too Shall Last, King For A Day, House Is A Building


B.R.M.C. (2018) Wrong Creatures
 
Mi aspettavo francamente di più dalla carriera dei B.R.M.C., dopo un esordio (l’omonimo nel 2001) in guisa Ramones ma con l’attitudine più garage-underground di Lou Reed ed il cuore nel rock lisergico di Roky Erickson. Uno spostamento progressivo verso lidi psichedelici urbani (elettrici e controllati, a volte in odore shoegaze, ben diversi sia dal power-flower sixties che dalla fucina The Flaming Lips & followers, che dagli attuali hipsters King Gizzard & The Lizard Wizard, Thee Oh Sees, Ty Segall) li ha allontanati dall’immediatezza del rock’n’roll, e purtroppo senza mai sfornare un (atteso) masterpiece, pur senza mai scendere qualitativamente sotto il discreto (la vetta della loro discografia resta Howl del 2005, il più immediato, vario e vicino al cuore dell’America tutta, non solo alla natìa San Francisco). Tre album negli ultimi 10 anni permettono loro di non saturare il mercato ed anzi di creare aspettative nello zoccolo duro di fans, che tuttavia anche con Wrong Creatures gode del solito mix di shoegaze e psichedelia, con alcune ballate lente in quota U2 millennials. Si ascolta piacevolmente, ma non scortica mai.
Voto Microby: 7.3
Preferite: Question of Faith, Echo, All Rise



domenica 4 febbraio 2018

Recensioni al volo: First Aid Kit, Glen Hansard

FIRST AID KIT - Ruins (2018)
A tre anni di distanza dal discutibile Stay Gold, le sorelle svedesi Søderberg sono al quarto album e paiono essere tornate al sound folk-rock e country che le aveva imposte all’attenzione generale. La loro aria vagamente hippie ed i loro intrecci vocali anni ’70 (un perfetto insieme tra la voce squillante di Klara e quella più calda e bassa di Johanna) del meraviglioso The Lion’s Roar del 2012 avevano ravvivato il movimento revival psych-country: questo lavoro conferma la loro sincera qualità musicale, tra Joni Mitchell e Laura Marling, Chryssie Hindie (Pretenders) e Emmylou Harris. La produzione dell’album è affidata a Peter Buck (REM) che le accompagna alla chitarra in 7 dei 10 brani che compongono l’album.  Voto: 1/2
Da ascoltare: Postcards, To Live a Life.




GLEN HANSARD - Between Two Shores (2018)


Anche in questo terzo lavoro, l’irlandese si propone come uno dei più autorevoli cantautori del momento (anche se in effetti è già sulle scene dai primi anni ’90). L’album è stato registrato nel corso di 6 anni durante le varie tournée, percorrendo quindi vari momenti della sua vita musicale, da quelli con venature fortemente soul (Roll On Slow, Wheels On Fire) alle ballate rollingstoniane (Wild Horses) e morrisoniane (Movin’ On) fino al folk più raffinato di Lucky Man o Your Heart’s Not It.  GH si conferma come artista in grado di regalare emozioni e campione indiscusso nel comporre ballate calde e fascinose, mischiando rock e folk, irish music e soul celtico.  Da ascoltare: One Of Us Must Lose, Lucky Man. Voto:


venerdì 2 febbraio 2018

BETH HART & JOE BONAMASSA


BETH HART & JOE BONAMASSA (2018) Black Coffee



Per chi scrive Beth Hart è la miglior voce bianca di musica black, e Joe Bonamassa il miglior chitarrista rock-blues in circolazione. Sono quindi di parte, ma in numerosa compagnia. Ad entrambi è inoltre universalmente riconosciuta la grande versatilità musicale, destreggiandosi ambedue ad alti livelli con il rock, il blues, il soul, il R&B, con fuoripista eccellenti nel jazz per la Hart e nell'hard rock, il funky e la fusion per Bonamassa. La collaborazione tra i due talenti è giunta al terzo album in studio più uno live, in progetti che a differenza dei lavori solisti non sono composti da materiale autografo bensì da covers di musica black, per lo più brani poco noti persi tra gli anni '50-'60-'70. E con la classe che si ritrovano (e la band di supporto, sostanzialmente quella di Bonamassa, di qualche gradino superiore a quella che si può permettere la Hart da solista) e soprattutto l'alchimia naturale, i due finora non hanno mai sbagliato un colpo, quest'ultimo compreso. A voler essere pignoli preferisco entrambi i musicisti nei lavori solisti, ed anche i precedenti in coppia rispetto all'attuale, che trovo un po' troppo carico nei suoni e mèlo nel risultato. Ma è questione di lana caprina: ogni volta che parte l'elettrica di Joe o che Beth urla la sua passione nel microfono i brividi sono assicurati. Ike & Tina Turner con la pelle bianca: d'altra parte la principale influenza musicale dichiarata è il white british blues per il chitarrista newyorkese ed Etta James per la soul-singer losangelena.
Voto Microby: 7.7
Preferite: Give It Everything You Got, Dam Your Eyes, Lullaby of The Leaves

lunedì 29 gennaio 2018

SHARON JONES, MAVIS STAPLES, CURTIS HARDING


SHARON JONES & The Dap-Kings (2017) Soul of A Woman

Pubblicato esattamente un anno dopo la dipartita della regina del soul (per cancro l’8 novembre 2016 all’età di 60 anni), Soul of A Woman non è il solito disco postumo costituito da materiale antologico, o inedito raccogliticcio, o live, o di B-Sides, ma un vero e proprio album in studio completato pochi giorni prima che Sharon mancasse. E, manco a dirlo, la ribadisce come l’indiscussa stella del retro-soul del nuovo millennio: Stax e Tamla Motown convivono senza un minimo tentativo di proporre uno stile nuovo, tanto sincera e brillante è l’adesione ad un genere evergreen, ed inappuntabile al solito la performance strumentale dei Dap-Kings, la band che ha sempre accompagnato il successo della propria leader e dell’etichetta-guida del retro-soul degli ultimi vent’anni, la Daptone Records. Cercasi ora l’erede al trono.
Voto Microby: 8
Preferite: Matter of Time, Sail On!, Searching For A New Day

MAVIS STAPLES (2017) If All I Was Was Black
Al terzo disco collaborativo tra il leader dei Wilco ed icona dell’indie-americana Jeff Tweedy e la signora indiscussa del soul-gospel dell’ultimo quarto di secolo, si può considerare raggiunta la crasi tra indie-rock e musica black. Con la classe cristallina dei protagonisti, il plauso al bilaterale sforzo di aggiornamento di stili musicali consolidati, ma anche i limiti del risultato: i due generi sembrano potersi unire in matrimonio solo al costo di lasciare per strada la trascinante passione black e le atmosfere desertiche white. Un album che suscita più cerebrale ammirazione che trasporto emotivo.
Voto Microby: 7.4
Preferite: If All I Was Was Black, Little Bit, Who Told You That
 
 
CURTIS HARDING (2017) Face Your Fear
Sophomore album e secondo centro qualitativo in un viaggio attraverso il soul Stax-Motown anni ’70, dalle parti di Curtis Mayfield e Marvin Gaye, ma attento anche all’esplorazione proposta da Michael Kiwanuka; Curtis Harding ha meno coraggio ma più tiro radiofonico.
Voto Microby: 7.8
Preferite: Till The End, Welcome To My World, Need Your Love

Fabrizio De André. Principe libero

anno: 2017    regia: FACCHINI, LUCA genere: biografico con Luca Marinelli, Valentina Bellè, Elena Radonicich, Davide Iacopini, Gianluca...