venerdì 2 novembre 2018

ERIC CHURCH, AARON LEE TASJAN, LEON BRIDGES


ERIC CHURCH (2018) Desperate Man

A dispetto del titolo, il sesto album del cantautore del North Carolina non suona depresso, meno che meno disperato. Anzi la varietà degli stili affrontati, dal country al blues, dal rock alle soul ballads, e la precedente collaborazione con Ray Wylie Hubbard forniscono un’impronta vivace e decisa alle canzoni che, pur non reggendo il paragone con il suo capolavoro “Mr. Misunderstood” (2015), soddisferanno pienamente gli amanti dell’outlaw country così come del contemporary country. Anche in un lavoro buono ma non imprescindibile, il nostro si dimostra artista di serie A, meritevole di sedersi a fianco di Ryan Adams e Zac Brown.
Voto Microby: 7.7

Preferite: Heart Like A Wheel, Some of It, Desperate Man


AARON LEE TASJAN (2018) Karma For Cheap
Terzo album per il singer-songwriter e chitarrista dell’Ohio, sideman per numerose e musicalmente differenti bands (dai Drivin’n’Cryin’ alle New York Dolls), così come eclettica è la produzione personale: dal country-rock ad un blues contaminato, fino all’attuale pop-rock che guarda ugualmente agli anni ’60 come ai ’70, riuscendo a fondere il nucleo centrale beatlesiano tanto con Roy Orbison quanto con il David Bowie glam. Più complesso di quanto appaia al primo ascolto, ed in tal senso ricco di intelligenti sorprese, risulta alla fine piacevolmente demodè, ed a suo modo originale.
Voto Microby: 7.5
Preferite: If Not Now When, The Truth Is So Hard To Believe, Strange Shadows


LEON BRIDGES (2018) Good Thing

Sophomore album per il texano Todd Michael Bridges, dopo il successo commerciale di Coming Home nel 2015. E conferma di un talento soul che si nutre con umiltà della lezione melodica di Sam Cooke, attraversa con sicurezza il funk di Prince e si appropria con naturalezza del nu-soul di Frank Ocean. Con le doti per scoprire nuove vie per la musica black ma anche il fiuto per le classifiche di vendita. Vediamo che strada prenderà (al momento interlocutoria).

Voto Microby: 7.2
Preferite: Bad Bad News, Be Ain't Worth The Hand, If It Feels Good







mercoledì 24 ottobre 2018

JOHN WESLEY HARDING


JOHN WESLEY HARDING (2018) Greatest Other People's Hits

Wesley Stace, in arte John Wesley Harding ovviamente in onore di Bob Dylan, gode di stima unanime e trasversale di colleghi e critici qualunque branca della vita professionale affronti: romanziere, singer-songwriter, conduttore radiofonico, docente universitario, giornalista (per The New York Times e The Washington Post). Per quanto ci riguarda, la sua attività di cantautore ora più folk (con in mente Dylan) ora più pop (con Elvis Costello come stella polare) è sempre stata di buon/ottimo livello, e tale si conferma anche in questa semi-raccolta (molti brani non sono inediti) prevalentemente in studio e parzialmente dal vivo che propone diciassette covers di brani di autori più o meno noti interpretati dall’artista inglese (dell’East Sussex, ma di stanza negli USA) nel corso degli ultimi 25 anni. Curiosamente non fanno parte del lotto interpretazioni del suo idolo, Bob Dylan, mentre troviamo tra gli altri due brani ripresi da Bruce Springsteen (anche ospite in "Wreck On The Highway" dal vivo nel 1994), due da Lou Reed (che duetta col nostro in "Satellite of Love"), ma anche una splendida "Benedictus" degli Strawbs, un’asciutta e riuscita "Like A Prayer" di Madonna, e poi Pete Seeger, Phil Ochs, Serge Gainsbourg, Rocky Erickson, con l’unica "Wah Wah" di George Harrison un po’ sopra le righe. Il tutto è presentato con garbato trasporto, come da carattere del nostro, e con l’unica pecca di un’eccessiva eterogeneità di generi (dal folk al rock sixties, dal pop al soul, dal cantautorato urbano al country), quasi scontata in una tavolozza così variegata di autori ed epoche, e spalmata in un quarto di secolo di attività di JWH. Ma è questione di lana caprina, perché ogni brano tocca le corde corrispondenti a un tributo sincero.
Voto Microby: 7.8

Preferite: Benedictus, If You Have Ghosts, Jackson Cage

martedì 16 ottobre 2018

TREETOP FLYERS


TREETOP FLYERS (2018) Treetop Flyers

Emerso sul mercato musicale professionistico nel 2011, in qualità di vincitore del titolo di “emergent talent” al Glastonbury Festival, il quintetto londinese guidato dalla scrittura e dalla voce vellutata e spiccatamente soulful di Reid Morrison aveva già ricevuto il plauso del nostro blog con l’album d’esordio (The Mountain Moves, 2013). Ai tempi il loro folk-rock di genere decisamente “americana” faceva pensare alla California, e faceva scrivere al recensore “come se gli America incontrassero i Black Crowes con spruzzate di Alabama Shakes e Fleet Foxes”. Un sophomore album nel 2016 (Palomino, solo discreto soprattutto perché poco a fuoco, tra tentazioni pop, rock e soul poco risolte) faceva temere di aver già perso per strada l’ennesima band promettente. Invece eccoli tornare con prepotente qualità col nuovo, omonimo lavoro. What happens if you mix West Coast Americana, folk sensibilities, a soulful tenderness and a poppy sheen? The Treetop Flyers third album” (Clash Magazine). Totalmente calati tra gli anni ’60 ed i ’70, ad eccezione della lunga Art of Deception in cui sono debitori della psichedelia gentile del Laurel Canyon, per il resto della scaletta la stella polare è il Van Morrison dei primi ’70, con il folk-rock piegato ad un eccellente soul atemporale, in debito con l’irlandese ma anche con Otis Redding e, complice la voce, con Sam Cooke. In mezzo, e perfettamente amalgamate, ci stanno screziature Grateful Dead, Blodwyn Pig, Peter Green. Un album meno radio-friendly dei due che l’hanno preceduto, lontano dai brani pop orecchiabili che pure la band ha dimostrato di avere in carniere, ma di grande e morbidissima compattezza soul, dalla qualità evergreen che cresce con gli ascolti e rimarrà nel tempo.
Voto Microby: 8

Preferite: Needle, Sweet Greens & Blues, Kooky Clothes

giovedì 4 ottobre 2018

BIG RED MACHINE


BIG RED MACHINE (2018) Big Red Machine



Dobbiamo accettare, anche se tuttora pare siano in pochi a gioirne, che Bon Iver di "For Emma, Forever Ago" (2008) e The National di "Boxer" (2007) siano capitoli musicali archiviati. Il canadese Justin Vernon, aka Bon Iver, già nel precedente "22, A Million" (2016) aveva improvvisamente abbandonato il cantautorato acustico, intimo e bucolico in favore di un'elettronica straniante, ostica ai primi ascolti ma ricca di sfumature ed infine affascinante. I due gemelli Aaron e Bryce Dessner, anima dei newyorkesi The National, da qualche anno palesano interesse e tessono collaborazioni con artisti di musica elettronica, jazz, avantgarde e colonne sonore. Non era però scontato (anzi è stato del tutto casuale: l'incontro/confronto ad una kermesse musicale con la presenza di entrambi) che i due corpi musicali partorissero un lavoro collaborativo, sotto il nom de plume Big Red Machine. Album nettamente spostato sulle più recenti coordinate del barbuto cantautore canadese (sua d'altra parte la quasi totalità della scrittura, così come la voce, nel tipico falsetto e/o filtrata/distorta dal vocoder), ma cui la tessitura delle chitarre di Aaron Dessner dona profondità, mistero, fascino secondo (fatte le debite proporzioni) la lezione del Robert Fripp dei '70-'80. Andiamo al dunque: chi ha disprezzato (perchè tedioso) il Bon Iver elettronico non reggerà tre brani dell'album che sto recensendo; chi lo ha apprezzato amerà ancora di più i Big Red Machine, che ne rappresentano la naturale e migliore evoluzione: figli riconoscenti (ed ancora in parte acerbi ma dagli sviluppi promettenti) dei Radiohead meno commerciali, e nipoti ben educati dall'elettronica di Laurie Anderson, dalle sperimentazioni di Robert Fripp e Peter Gabriel, ma soprattutto dalle collaborazioni tra Brian Eno e David Byrne. Un lavoro a suo modo singolare e moderno, inadatto a chi alla musica chiede solo entertainment, ma nemmeno esclusivo piacere di critici snob e Pitchfork generation. Io lo trovo ipnotico, non ipnoinducente.

Voto Microby: 7.8

Preferite: Lyla, Forest Green, I Won't Run From It


lunedì 1 ottobre 2018

DEATH CAB FOR CUTIE, LUMP


DEATH CAB FOR CUTIE (2018) Thank You For Today

Nono album in vent’anni per la formazione americana guidata da Ben Gibbard, paradigma e vertice dell’indie-pop da serie televisiva per teenagers, e primo disco dalla dipartita di Chris Walla, il cui suono di chitarra limpido e vellutato da sempre caratterizza la band, e che pertanto viene riproposto più o meno fedelmente dalla coppia di sostituti Dave Depper/Zac Rae. Il risultato è leggermente migliore del precedente Kintsugi (2015), ma assai lontano dalle vette del passato (su tutti Transatlanticism del 2003 e Plans del 2005): l’impressione è che ormai i DCFC siano schiavi del marchio di fabbrica che li contraddistingue (“trying so hard to play it cool” canta Gibbard in “60 & Punk”) e non riescano più ad andare oltre la carezzevole nostalgia esistenziale che non è mai stata nè realmente dark né semplicemente pop. Oggi sembrano un mix elegante tra i Fleetwood Mac anni ’80 e una versione pacata e malinconica dei Placebo (complice la voce nasale di Gibbard), quasi da “emo” il giorno di festa (per modo di dire...). Piacevole ma poco vitale.
Voto Microby: 7.3

Preferite: Your Hurricane, 60 & Punk, Northern Lights

LUMP (2018) LUMP

Come recita il brano di chiusura dell’album, LUMP è il prodotto della collaborazione della fuoriclasse inglese Laura Marling (che dona testi e canto) con il polistrumentista Mike Lindsay degli albionici Tunng (che contribuisce con la scrittura della musica e la sua realizzazione). Il risultato, tra l’humus folk della Marling e le tentazioni sperimentali dei Tunng, è pura folk-tronica (se se ne vuole un esempio), o elettronica bucolica ed eterea. Dal duo ci si poteva tuttavia aspettare più coraggio e maggiore qualità, perché LUMP resta a metà del guado senza indicare nuove vie di espressione musicale né brillare per scrittura ed esecuzione. Non è dato sapere se il progetto resterà isolato. Vi fosse un seguito, avrebbe senso se baciato da maggiore ispirazione. Sul medesimo genere, meglio piuttosto godersi il recente debutto dei Big Red Machine, altra e ben più riuscita collaborazione (tra Justin Vernon aka Bon Iver e Aaron Dessner dei The National).
Voto Microby: 7.2
Preferite: Curse of The Contemporary, Late To The Flight
 



domenica 23 settembre 2018

Open Land - Meeting John Abercrombie

anno: 2018   
regia: OEHRI, ARNO    
genere: documentario    
con John Abercrombie, Lisa Abercrombie, Adam Nussbaum, Gary Versace, Ric McCurdy, Al    
location: Usa
voto: 6,5    

Nel 2017, a 73 anni, il chitarrista americano John Abercrombie ci ha lasciati. Giusto in tempo affinché Arno Oehri e Oliver Primus (ma la regia è soltanto del primo) riuscissero a impacchettare questo documentario che ne raccoglie una delle ultime confessioni. Dall'amore viscerale per la musica di Bill Evans e per il chitarrismo elettrico di Wes Montgomery, fino all'appassionato confronto con un liutaio sul suono delle sue chitarre, il musicista di Port Chester ci accompagna per un'ora e mezza con la sua consueta dose di umorismo, con quella voce profonda, magnifica e sincera, con quelle venature di timidezza nascoste dietro a quei lunghi mustacchi che hanno costantemente solcato il suo volto durante tutto il suo percorso artistico, cominciato quasi per caso sostituendo sul palco George Benson ("tremavo") e arrivando ad essere uno dei nomi di punta dell'etichetta bavarese ECM, che produce il documentario. In mezzo, un mucchio di sigarette fumate una dopo l'altra, brani di un concerto del 2014 in Lichtenstein con un organ trio composto da Adam Nussabaum (imperdibile il suo punto di vista a proposito della fatica dei viaggi durante i tour) e Gary Versace (fu proprio con un organ trio che Abercrombie esordì come bandleader con lo splendido Timeless, nel 1974, in compagnia di Jan Hammer e Jack DeJohnette). Immagini metropolitane e naturalistiche interrompono con la giusta cadenza il flusso narrativo per lasciare spazio alla musica (Within A Song, Banshee, 39 Steps, Class Trip), per poi tornare ai racconti penetranti e sinceri di quest'uomo aperto e fantasioso, che davanti alle macchina da presa ci racconta anche di quando perse tutto - chitarre comprese - nell'occasione in cui la sua casa bruciò. Lui e sua moglie Lisa - insieme per 33 anni - si salvarono. Ma non seppero mai se il loro gatto si salvò o finì nel rogo.   

venerdì 21 settembre 2018

UMPHREY'S McGEE


UMPHREY'S McGEE (2018) It's Not Us

Pressochè sconosciuto da noi (anche per me si tratta del primo album che ascolto) il gruppo formatosi a Notre Dame, Indiana, ed attivo a Chicago è ben noto nel circuito delle jam bands statunitensi, nonostante i musicisti dichiarino le maggiori influenze musicali in ambito progressive, segnatamente quello inglese di King Crimson, Yes e Pink Floyd, e nel pop-rock classico di Beatles, Led Zeppelin e Police (sempre british). L’ascolto di It’s Not Us, loro ventesimo album tra studio e live (l’esordio discografico di quello che attualmente è un sestetto risale al 1998) non pare proprio confermare quanto scritto: è certo vero che questa strana band già bizzarra nel nome (che deriva dal cugino del chitarrista Brendan Bayliss) pare un mostro partorito dalla crasi di due generi, il prog e la jam band, improbabilmente accostabili (il minimo, ma proprio minimo, comun denominatore sta nelle lunghe digressioni strumentali, tuttavia certosinamente architettate nel prog ed invece frutto dell’improvvisazione figlia del blues-jazz nelle jam bands). Ma di britannico non trovo proprio nulla: il prog è casomai derivativo di quello americano a firma Journey, Kansas, Rush, e il predominante suono da jam band è altrettanto a stelle e strisce, più versante Phish e Spin Doctors (shakerati con i Gov’t Mule più funk-rock e solide radici zappiane) che Grateful Dead/Allman Brothers Band. Dato per scontato che la perizia tecnica sia imprescindibile nei due generi (ed è da applauso anche quella degli Umphrey’s McGee, con nota di merito per batteria e chitarra elettrica), il disco piace a seconda di cosa si intenda ascoltare: se qualcosa di nuovo, l’invito è di rivolgersi altrove; ma se si è appassionati dei generi citati o irriducibili nostalgici dei suoni seventies, l’album offre parecchi spunti di interesse e permette di proiettare la mente e le orecchie verso fantasie “live” desuete ma di grande coinvolgimento emotivo (come ha insegnato appunto il fenomeno delle jam bands). PS: è di questi giorni la pubblicazione dell’album “It’s You”, dalla band dichiarata prosecuzione logica (anche nel titolo) del presente lavoro.
Voto Microby: 7.5

Preferite: Speak Up, You & You Alone, Remind Me

ERIC CHURCH, AARON LEE TASJAN, LEON BRIDGES

ERIC CHURCH (2018) Desperate Man A dispetto del titolo, il sesto album del cantautore del North Carolina non suona depresso, meno che ...