sabato 25 marzo 2017

Fra la via Aurelia e il West. Dedicato a Francesco Guccini (20107)



Arriva finalmente sui pochi scaffali di negozi dove ancora si vede campeggiare qualche disco il primo tributo collettivo (i Musici ne pubblicarono uno alcuni mesi fa) a Francesco Guccini (tra i grandi della generazione dei ’70 che ci hanno lasciato, non si contano gli album dedicati a De André, Battisti, Gaber, Dalla; tra i vivi quelli a Fossati, De Gregori, Battiato).
L’album è un doppio che proviene dalle giornate che il Club Tenco dedicò al ciclopico cantautore modenese nell’ottobre del 2015. A ripercorrere il repertorio gucciniano hanno contribuito nomi noti e meno noti della canzone italiana, emergenti ed immergenti ("noi immergenti, noi con fedi ed ossa rotte, lasciamo dire": ve la ricordate Canzone di notte n°3?), da Mauro Pagani e Têtes de Bois ad Appino e ai canadesi Bocephus King.
Con le contraddizioni tipiche di operazioni analoghe (alcune, come i Canti randagi dedicati a De André, con una loro coerenza interna, altre pure operazioni commerciali, altre ancora documenti di un singolo evento, come in questo caso), sono evidenti luci e ombre del progetto. Tra le prime, l’interpretazione, sofferta e scarnificata come gli si addice, di Cesare Basile, che è andato a scegliere un brano semi-dimenticato da Folk beat (Ballata degli annegati). Interessante anche la traduzione di E tornò la primavera da parte di Deborah Kooperman (a cui si aggiunge quella di Autogrill, sempre in inglese), storica collaboratrice del primo Guccini, e non sfigura persino la Venezia di Pieraccioni (il Guccio ha recitato con lui in Ti amo in tutte le lingue del mondo, Una moglie bellissima e Io e Marilyn, film non esattamente indimenticabili…). Bobo Rondelli offre una versione folk ed entro i canoni de L’avvelenata (mettendo fuori posto miserie e macerie), Armando Corsi rilegge in punta di chitarra Scirocco (unico brano solo strumentale), L’antisociale de La scapigliatura si arricchisce di strofe indovinate, Vecchioni trasforma Bisanzio in un recitativo, mentre John De Leo strafà come sempre con Il pensionato: è sua l’interpretazione più spericolata del songbook gucciniano.
Per converso, qualche cattiva notizia arriva dalle trascrizioni al femminile del canzoniere del cantautore più dotto che l’Italia abbia prodotto nell’ultimo cinquantennio  (per averne una conferma empirica, rileggersi, dati alla mano, il mio Mezzo secolo di canzoni italiane. Una prospettiva sociologica, edito da Carocci). La Consoli sta al canto come Valeria Marini alla recitazione, e tutto sommato limita i danni con una versione introversa e minimalista de Il vecchio e il bambino. Mi sembra comunque imperdonabile affidare – per via dei testi – canzoni come Cyrano o Quattro stracci all’interpretazione di due donne, una delle quali, Vanessa York, conferisce a Radici, Canzone quasi d’amore e, appunto, Cyrano una robusta verniciatura rococò, soprattutto grazie al supporto dell’orchestra diretta da Vince Tempera. Inoltre il rotacismo, che è la cifra espressiva di Guccini, nel suo caso non aiuta affatto.
La durata ragguardevole del doppio album, il ricco booklet interno e il notevole lavoro di editing sonoro fanno concludere che questo disco, che richiama un celebre verso (e album live) del Nostro, spostando il richiamo geografico dalla via Emilia alla via Aurelia (quella che, appunto, porta nella Liguria dove si è tenuto il premio Tenco), i 15,90 euro pagati per acquistarlo li valga comunque tutti.

martedì 21 marzo 2017

BLACK JOE LEWIS, DEAD MAN WINTER


BLACK JOE LEWIS (2017) Backlash




Matt Collar di All Music Guide introduce Black Joe Lewis & The Honeybears in questo modo: “An Austin-based band that mixes funky, ‘60s-style R&B, stomping electric blues, and garage aggression in equal parts”. Andrea Trevaini del Buscadero precisa (ma sottostimando l’influenza garage): “1/5 di James Brown, 1/5 di Swamp Dogg, 1/5 di Screamin’ Jay Hawkins, 1/5 di Andre Williams, 1/5 di R.L. Burnside”. Concordo con entrambi anche se, continuando il gioco del cocktail, al posto di Andre Williams ci metterei la forza selvaggia del blues di George Thorogood (peraltro citato da Trevaini) ma non dimenticherei la sporcizia delle garage-bands bianche di fine ’60 e l’hard-blues di Jimi Hendrix, Yardbirds, Bad Company, Thin Lizzy, Mountain, Steppenwolf. Per un parallelo più recente, azzarderei che se Jon Spencer Blues Explosion propone garage sound dalla forte impronta blues, Black Joe Lewis propone R&B con importante attitudine garage (ed è l'influenza che maggiormente distingue il texano da tutti gli altri soulmen). Peccato che dopo due albums strepitosi come Scandalous (2011) ed Electric Slave (2013) il nostro non riesca a ripetersi: solo compositivamente, perché formalmente è sempre brutto, sporco e cattivo, ma di una rabbia stavolta poco controllata se non a tratti eccessiva e monomorfa. Ma chi cerca energia troverà pane per i suoi denti.
Voto Microby: 7.5
Preferite: Global, Nature's Natural, Maroon



DEAD MAN WINTER (2017) Furnace


Se è piuttosto comune per gli artisti in genere trasporre in opera i sentimenti successivi alla rottura di un rapporto d'amore, e capaci spesso nella disperazione di produrre capolavori, questa sembra la regola per i musicisti. E così anche Dave Simonett, il leader della band (di Duluth, Minnesota, città natale di Bob Dylan) folk/alt-country Trampled by Turtles (ma che per la produzione personale sceglie il moniker Dead Man Winter, con Furnace arrivato al terzo album) è giunto il momento del break-up record. Che è di matrice country-rock come lo poteva essere The Band meno elettrica o i primi Wilco meno alternative, con una voce dolente che mi ricorda quella di Danny McNamara dei brit-poppers Embrace, ma la cui atmosfera generale non è solo sofferta, ma anche positiva e variopinta. Nulla di nuovo, ma tutto buono.
Voto Microby: 7.5
Preferite: Red Wing Blue Wing, Danger, Destroyer




martedì 14 marzo 2017

MILES MOSLEY


MILES MOSLEY (2017) Uprising




La transizione dalla presidenza Obama a quella di Trump e la Brexit sembrano aver rinvigorito l’ispirazione della musica black in entrambe le sponde dell’oceano: in Inghilterra lo splendido secondo album soul di Michael Kiwanuka ed i dischi d'esordio di matrice alt-R&B per Sampha e rap per Loyle Carner; negli USA le pregevoli conferme alt-R&B di Frank Ocean e Solange, la sorpresa (anche nelle vendite) alt-jazz di Kamasi Washington e lo stimolante debutto da solista di Miles Mosley testimoniano una scena attualmente più vivace, colta ed innovativa di quella white (inglese ed americana). Mosley esordisce in proprio a 36 anni dopo numerosi dischi da cantante e polistrumentista (ma è uno dei contrabbassisti più apprezzati al mondo) dei West Coast Get Down, collettivo aperto di Los Angeles che ha contribuito a fondare e che lo accompagna in “Uprising” (arruolato lo stesso Kamasi al sax che ricambia il ruolo di bassista di Mosley nell’acclamato “The Epic”). Del suo stile si dice che è come se Jimi Hendrix suonasse il contrabbasso nella band di Prince. Ma anche queste due grandi figure non caratterizzano la scelta compositiva e degli arrangiamenti di Mosley. Le radici del nostro vanno cercate in tutta la musica nera, dal jazz orchestrale al funk/R&B di James Brown, dal ritmo elettrizzante del nigeriano Keziah Jones al tropismo radiofonico di Lenny Kravitz, dall’heavy soul di Cody ChesnuTT al funky dei Temptations, dalla versatilità di Ben Harper al blues bastardo ed elettrico di Gary Clark Jr. e Fantastic Negrito. Nonostante sia stato session man prezioso nei dischi di Lauryn Hill, Mos Def, Kendrick Lamar, Gnarls Barkley, Joni Mitchell, Jeff Beck, nelle sue composizioni il nu-soul, il rap, l’alt-R&B e la musica bianca hanno un ruolo modesto. Profusione di fiati e consistenti (a volte eccessivi) arrangiamenti per archi sottolineano un'enfasi cinematografica che tuttavia non stanca con i ripetuti ascolti, grazie anche a deliziosi contrappunti pianistici ed alla varietà delle costruzioni melodiche (di matrice mista black & white europea). Rimane qualcosa da limare, ma in “Uprising” l'entusiasmo e l'energia sono contagiosi. Col tempo scopriremo se è nata una nuova stella.
Voto Microby: 8.5
Preferite: Abraham, Reap A Soul, More Than This

lunedì 13 marzo 2017

Recensioni: CeCe Winans, The Band of Heathens

CeCe WINANS - Let Them Fall in Love (2017)
CeCe Winans, all’anagrafe Priscilla Marie Winans, è in assoluto una delle stelle del gospel contemporaneo ed ha una storia personale di 3 Grammy e svariati milioni di dischi venduti, insieme ai suoi fratelli e di altri 9 Grammy con ulteriori 12 milioni dischi nella sua carriera solista. Quest’ultimo disco si apre con una fantastica He’s Never Failed me Yet, con una splendida voce che ricorda Whitney Houston o la prima Dionne Warwick e continua con numerose altre gemme di impronta prevalentemente R&B o soul. Gli arrangiamenti dei vari brani ricordano i grandi del passato: Ray Charles e Aretha Franklin sopra tutti, ma non nascondono influenze più rockeggianti alla Joe Cocker (la splendida Lowly), o country-folk rimandando a Carly Simon o Joni Mitchell (Never Have to be Alone).
In assoluto uno dei migliori dischi di gospel-soul degli ultimi anni: la prova che è possibile reinterpretare un genere apparentemente di nicchia, per molti già morto e sepolto e utile solo nel periodo prenatalizio. Da ascoltare: He's Never Failed me Yet, Hey Devil!, Lowly. Voto: ☆☆☆☆1/2.



THE BAND OF HEATHENS - Duende (2017)


Al quinto disco in studio (+ tre live), pubblicato dopo 4 anni dal precedente Sunday Morning Record, la band di Austin rappresenta sicuramente una delle migliori realtà country-rock degli ultimi anni. Come nei lavori precedenti la contaminazione, sempre più regola di grandi e piccoli autori, fa spazio al southern rock, funky-soul alla Sly and the Family Stone e perfino ad un pizzico di boogie. Indispensabile per chi ama il genere “Americana”, per chi apprezza Wilco e The Band e si sente orfano di Eagles e compagnia. Da ascoltare: Last Minute Man, Trouble Came Early. Voto: ☆☆☆1/2


martedì 7 marzo 2017

RHIANNON GIDDENS


RHIANNON GIDDENS (2017) Freedom Highway




Due anni fa, in occasione del bel debutto da solista della folksinger americana (l'album di covers Tomorrow Is My Turn), scrivevamo " resta l'interrogativo su quale siano le sue reali capacità di autrice, assodato che quelle da interprete sono notevoli". La risposta arriva pronta e sfiora il capolavoro. Secondo molti amici che non amano i suoni old time e per tutti gli hipsters del pianeta la musica composta ed interpretata da Rhiannon Giddens è "vecchia e scontata", quando invece è "antica e tradizionale". Dal folk dei pionieri al country dei coloni, dal blues del delta agli spirituals dei campi di cotone, dal jazz della Preservation Hall di New Orleans al ritmo in levare dei Caraibi, la nostra dà un saggio di rivisitazione delle radici americane, bianche e nere, con composizioni originali che resteranno nel tempo. "You can take my body, you can take my bones, you can take my blood, but not my soul" (At The Purchaser's Option). Per chi ama la musica eterna. Astenersi modaioli azzimati.
Voto Microby: 8.5
Preferite: Better Get It Right The First Time, Birmingham Sunday, At The Purchaser's Option



lunedì 6 marzo 2017

JENS LEKMAN, THE PROPER ORNAMENTS


JENS LEKMAN (2017) Life Will See You Now





Il cantautore popster di Goteborg ci aveva abituato bene: un indie-pop orecchiabile tra i più intelligenti in circolazione, testi ironici ed originali, misurato nelle uscite (l’attuale è il quarto album in 13 anni). Ma stavolta per la prima volta toppa: cade in piedi, ma cade. La scrittura è sempre di qualità, ma gli arrangiamenti scelgono un abito che calza a stento le melodie: ritmiche disco anni ’80, calypso, samba, sound buono per jingles o per le radio di 30 anni fa, che tuttavia abbandona la leggerezza indie ma catchy con cui lo svedese ci aveva deliziato in passato. Peccato: carino ma prescindibile.
Voto Microby: 6.5
Preferite: Hotwire The Ferris Wheel, How Can I Tell Him?, To Know Your Mission






PROPER ORNAMENTS (2017) Foxhole



Seconda uscita per la band londinese e subito la critica inglese li omaggia come “the next big thing”. Alle mie orecchie una bella ridimensionata sarebbe opportuna: qui siamo di fronte ad un morbido pop revivalista che sa di Byrds e Beach Boys sotto benzodiazepine, o di Cowboy Junkies più superficialmente pop, o di John Lennon pre-pennichella post-prandiale. Ma è triste (forse solo per me, autobiograficamente?) pensare che i suoni di mezzo secolo fa (forse non a caso i nostri introducono il lavoro con il brano migliore del lotto, guarda caso titolato “Back Pages”) siano applauditi come novità. Almeno i critici musicali la storia la dovrebbero conoscere.
Voto Microby: 6.8
Preferite: Back Pages, Memories, Bridge By A Tunnel



martedì 28 febbraio 2017

SAMPHA, RYAN ADAMS



 
SAMPHA (2017) Process


Mi piace molto l’attualizzazione di suoni tradizionali, ma non ho mai amato il nu-soul, così tecnico e matematico, e il più recente alt-R&B, così freddo, entrambi lontanissimi dal fuoco di James Brown, dalla passione di Otis Redding e dal romanticismo di Sam Cooke. Insomma, due nuovi generi in cui mi era difficile ritrovare una traccia della ricetta antica. Con Sampha trovo felicemente coniugate (anche se non per la prima volta: già D’Angelo, Frank Ocean e Solange mi avevano incuriosito in modo musicalmente simile) le radici del soul classico con gli ultimi tre decenni di influenza elettronica ed hip hop, e pur senza entusiasmi mi trovo ad apprezzare (più di testa che di pancia) una scrittura ed una bella voce soul ben servite da ipnotici ritmi trip hop, da metriche hip hop, da melodie che riescono a sposare un’arpa alla Vollenweider con ritmi africani ed un tappeto di suoni elettronici umani, senza rinunciare alla ballata piano e voce. Tutto questo al debutto su album, dopo anni in cui Sampha Sisay ha proposto beat per il grime (il garage rap) agli MC londinesi ed arrangiato il sound di FKA Twigs, Solange, SBTRKT, Drake. Se tutto l’alternative-R&B fosse così, avrebbe acquistato un nuovo fan.
Voto Microby: 7.8
Preferite: Blood On Me, Kora Sings, (No One Knows Me) Like The Piano



RYAN ADAMS (2017) Prisoner



Versatile nei generi musicali e coraggioso nell’affrontare di volta in volta cambi di rotta e sfide anche impopolari, ma (quasi) sempre vincente nelle sue scelte, da campione di americana a rocker alla Springsteen, da bandiera alt-country a cantautore introspettivo, fino a raffinato interprete perfino del teen-pop di Taylor Swift. Ora anche per la star americana è giunto il momento del break-up record, a seguito del divorzio da Mandy Moore. Doloroso, come sottolinea il tono malinconico e intimo dell’album: prevalentemente acustico anche se musicalmente ricco, dalle parti dello Springsteen romantico. “Shiver and Shake” è intensa come “I’m on Fire” di Springsteen, ma se nella notte senza lei il Boss bruciava di passione qui l’assenza provoca brividi” (Andrea Laffranchi, Corriere della Sera). Il fuoco contro la rassegnazione. Non è l’unica differenza tra un capolavoro ed un buon disco (nella ricca discografia del nostro: non indispensabile).
Voto Microby: 7.3
Preferite: Doomsday, Breakdown, To Be Without You