lunedì 17 settembre 2012

Recensioni bonsai (the bad ones) - Dylan LeBlanc, Little Feat, Garbage, Joe Jackson, Melody Gardot, Ry Cooder



Dylan LeBlanc - Cast the same old shadow (2012)

Mamma mia che noia. Il folk country più palloso del momento. Per alcuni è un mezzo genio....mah.
Voto ★★
Little Feat - Rooster rag (2012) Primo album di materiale nuovo in 9 anni, una sorta di mix di Grateful Dead e Delta Blues. Niente di imperdibile.  Voto ★★

Garbage - Not your kind of people (2012)
Si sentiva la mancanza della band di Shirley Manson (7 anni dall'ultimo disco). Il loro grunge-pop stavolta fatica a decollare. Sottotono. Voto ★★
Joe Jackson - The Duke (2012)
Omaggio a Duke Ellington. Da evitare. Inutile e pretenzioso. 
Voto ★

Melody Gardot - The absence (2012)
Dalla copertina dovevo capirlo. Non è più lei. Non è più il suo jazz melodico ma elegante. 
Voto ★
Ry Cooder - Election Special (2012) 
Disco impegnato, come ultimamente di routine. Ma anche stavolta fa cilecca. Che tristezza. 
Voto ★★ (per un buon brano, l'unico, "Brother is gone")

venerdì 14 settembre 2012

Bill Fay - Life is People (2012)

Nel periodo fine anni'60 e inizio anni '70 è stato uno dei tanti cantautori etichettati come "il Bob Dylan inglese": il disco "Time of the Last Persecution", lavoro dai richiami spirituali e religiosi, pubblicato nel 1971, ne aveva segnato l'animo se è vero, come è vero, che in oltre 40 anni era sparito nell'oblio.  In questo periodo ha vissuto al nord di Londra facendo un pò di tutto: giardiniere, raccoglitore di frutta, addetto alla pulizia, operaio in un supermercato. In tutti questi anni ha comunque continuato a suonare e scrivere musica ma senza mai azzardarsi a ritentare la strada di una nuova rinascita musicale: merito di un giovane americano, Joshua Henry, produttore musicale cresciuto nel mito dei vinili dei due album trasmessigli dal padre, averlo convinto a circondarsi dei vecchi compagni di musica e riprovare ancora a farne qualcosa di concreto. Intercettato da Jeff Tweedy (Wilco), che ne ha entusiasticamente sponsorizzato il lavoro, ecco, dopo 41 anni,  il suo terzo album, senza ombra di dubbio uno delle rivelazioni dell'anno.  Il disco si apre con una ballata dylaniana ("There is a Valley") e si sviluppa poi attraverso temi classicheggianti alla Leonard Cohen ("Never ending happening"), il walzer ipnotico e dolcissimo "Healing Day" con quell'organo e quegli archi che ti strappano le lacrime, la stupenda semplicità di "This World" (con la partecipazione dello stesso Jeff Tweedy) ed il bluesrock alla Clapton di "Empires".  Un disco superbo. Chopin redivivo. Voto ★★★★1/2

venerdì 7 settembre 2012

ALT-J (2012) An Awesome Wave

Partiamo dal nome: premendo insieme Alt-J sulla tastiera del Mac si ottiene il Delta (o un triangolo, se così lo si vuole leggere), simbolo del giovane quartetto nato tra i banchi delle Facoltà di Lettere e di Arte dell’Università di Leeds ma attualmente operativo a Cambridge. E l’esordio in questione è da applausi da qualunque parte la si voglia vedere: atmosfera generale come se Fleet Foxes e Gomez rileggessero il trip-hop, orecchiabilità pop sopraffina, riffs elettronici alla Wild Beasts mai pacchiani, arpeggi di chitarra folk come i Bombay Bicycle Club degli esordi, voce da nasale al falsetto alla Thom Yorke, cori ora a-cappella, ora ieratici, ora soul come li intendevano gli scozzesi James di Laid, pulizia e grazia formale alla XTC di Apple Venus, folk e ricerca come la Penguin Café Orchestra, soluzioni estrose ma mai kitsch, liriche intime e colte, produzione indie-alternative. Come dei TV On The Radio inglesi, sottratta la blackness e la spigolosità a favore di un’architettura alla Gaudì, in cui ogni scelta di strumenti ed arrangiamenti non è solo funzionale al contesto, ma anche inusuale, ardita e “bella”. Così scritto sembra un patchwork, certo molto ben riuscito, di idee altrui, ed invece no: i riferimenti sono solo per orientare, perché il punto di forza degli Alt-J è l’originalità. A mio parere, il pop più intelligente ed innovativo in circolazione: An Awesome Wave potrebbe rappresentare il capofila di una nuova corrente, spero solo non rimanga un exploit isolato. Lo scopriremo solo vivendo…

Preferite: Something Good, Tessellate, Fitzpleasure

Voto Microby: 9/10

martedì 4 settembre 2012

Bill Fay - This world

Grande scoperta (almeno per quanto mi riguarda). Il disco è stupendo e magari ci scriverò sopra due righe: nel frattempo sentitevi questo brano, scritto insieme a Jeff Tweedy (Wilco). Fenomenale.

venerdì 31 agosto 2012

Regina Spektor - What we saw from the cheap seats (2012)

Ascolto questo album da un paio di mesi, non me ne stanco mai e avrei voluto parlarne a lungo. La recente minirecensione di Microby (che ripropongo prima della mia, per mantenere un pò di ordine) mi ha convinto che fosse finalmente venuto il momento di divulgare anche le mie sensazioni dopo l'ascolto di questo magnifico disco.
MICROBY: La fuoriclasse dell’anti-folk newyorkese, trapiantata nella grande mela con la famiglia moscovita all’età di 9 anni, continua a deliziarci con un cantautorato intelligente e vario, come al solito guidato da pianoforte, che sia acustico o elettrico sempre con eccellenti risultati, dalla ballata languida al reggae lieve, dall’impegno sociale alla fuga nel cinema. Osa arrangiamenti bizzarri sapendo di poterselo permettere, ed il risultato è il suo album migliore. E’ definitivamente una grande, sempre più lontano da Tori Amos ed émule, e sempre più sulla scia di Randy Newman. 8.8/10
LUCAF: Regina è stata in cima alla lista dei migliori dischi di questo blog nel 2009 per il magnifico "Far"; nello stesso anno ho avuto l'opportunità di assistere ad un suo concerto al Radio City Music Hall di New York e ne sono stato rapito. In questi due anni la sua carriera ha subito una costante accellerazione: concerti e riconoscimenti ovunque, Peter Gabriel ne ha fatto una cover nel suo disco, persino Obama e co. l'hanno incensata. Nonostante ciò Regina si comporta in maniera discreta, non atteggiandosi a diva della musica rock, e pertanto anche il suo disco non poteva che essere non convenzionale. Undici brani diversi tra loro ma uniti dalla sua voce dolce ed innocente ma potente e acrobatica e dai suoi arrangiamenti genialmente semplici con cambi di ritmo improvvisi e stravaganti. Una serie di brani stupendi: Don't Leave Me (Ne me quitte pas), sicuramente destinata ad essere la vera Hit del disco, l'elegante Firewood, quasi un valzer per voce e piano, la ballata How, sospesa ad un metro da terra, All the Rowboats, aggressiva e melodica, The Party la più spektoriana di tutto il disco. Insomma, anche qui un disco stupendo, a mio parere un filino meno del già citato "Far" ma sempre da annoverare tra i migliori del 2012, A proposito, oggi mi sono comprato i biglietti per il suo concerto al Beacon Theatre di New York il prossimo 24 ottobre... Voto ★★★★1/2

venerdì 24 agosto 2012

MINIRECENSIONI: Regina Spektor, Kelly Hogan, Counting Crows, Dr. John, The Tallest Man On Earth

REGINA SPEKTOR (2012) What We Saw From The Cheap Seats (La fuoriclasse dell’anti-folk newyorkese, trapiantata nella grande mela con la famiglia moscovita all’età di 9 anni, continua a deliziarci con un cantautorato intelligente e vario, come al solito guidato da pianoforte, che sia acustico o elettrico sempre con eccellenti risultati, dalla ballata languida al reggae lieve, dall’impegno sociale alla fuga nel cinema. Osa arrangiamenti bizzarri sapendo di poterselo permettere, ed il risultato è il suo album migliore. E’ definitivamente una grande, sempre più lontano da Tori Amos ed émule, e sempre più sulla scia di Randy Newman) 8.8/10

KELLY HOGAN (2012) I Like To Keep Myself In Pain (Membro fisso della band di Neko Case con sporadiche incisioni in proprio –la precedente è del 2001--, la Hogan deve avere carisma da vendere per aver convinto gente del calibro di Vic Chesnutt, M.Ward, Andrew Bird, Stephin Merritt, John Wesley Harding, Robyn Hitchcock a scrivere canzoni per lei, e Booker T. Jones a suonare l’organo nell’ultimo lavoro. Tutto al servizio di un talento interpretativo versatile ed insieme classico in un mix riuscitissimo di pop, soul e country) 8/10

COUNTING CROWS (2012) Underwater Sunshine (Il 6° album in studio della band di San Francisco è di sole covers, in parte a causa dei disturbi mentali del leader Adam Duritz emersi dopo la separazione dalla Geffen nel 2009. Ed è un bel lavoro, per lo più di brani non troppo noti, interpretati con personalità (il caratteristico ibrido 60’-70’-80’ The Band/Van Morrison/R.E.M. col cameo della voce struggente di Duritz), al punto da dimenticarsi presto che non si tratta di canzoni autografe. Bel ritorno) 7.8/10

DR. JOHN (2012) Locked Down (Malcolm John Rebennack, in arte Dr. John, rappresenta la quintessenza del suono di New Orleans: già virtuoso pianista di boogie e blues, riesce a shakerarli con funky, R’n’B, jazz, rock’n’roll, psichedelia e col locale voodoo e mardi gras, ed in quest’ultimo lavoro perfino col mali-blues e l’ethio-jazz. A 71 anni, già da 3-4 album ci sta deliziando con una seconda giovinezza artistica, all’altezza dei suoi capolavori) 8/10

THE TALLEST MAN ON EARTH (2012) There’s No Leaving Now (3° album per il 29enne svedese Kristian Matsson che, in barba allo showbiz, sta ottenendo attenzione anche oltreoceano con lavori scarni in cui non va oltre l’utilizzo lo-fi di chitarra acustica, piano, voce e solo occasionale sezione ritmica in punta di piedi. Il trucco sta in un suono cristallino ed in una voce nasale che rimandano nostalgicamente ai primi Bob Dylan, Jim Croce, Gordon Lightfoot, John Sebastian. Ma non si tratta di un inganno, in quanto supportato da belle canzoni. Curioso di vedere se la misura del nostro folksinger è solo la semplicità, o se si troverà a proprio agio anche con produzioni più ricche) 7.2/10

lunedì 13 agosto 2012

Zac Brown - Uncaged (2012)

Band originaria della Georgia, protagonista della scena southern-rock, ne ha ridefinito le caratteristiche tradizionali attingendo al meglio della cultura musicale americana: R&B, Soul e Gospel arricchiscono il tessuto country e bluegrass. La loro capacità di essere originali nella tradizione, la loro passione e carica nei concerti ne ha fatto una delle band di maggiore successo degli ultimi anni nonostante abbiano solo tre dischi all'attivo (più una serie di lavori in piccole case discografiche che immagino verranno ripescati a breve). Fantastica "Day That I Die", con Amos Lee alla voce. Bellissime anche l'apertura "Jump right in" con armonie caraibiche alla Jimmy Buffett, "Overnight" con atmosfere R&B impreziosite dalla presenza di Trombone Shorty e le lente e dolcissime "Lance's Song" e "Last but not least". Un disco da ascoltare in spiaggia, quando il sole tramonta con un bel birrone in mano. Voto ★★★

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