domenica 2 febbraio 2014

Top 'Ol 55 - Classifica generale. Riflessioni.

Le classifiche sono sempre un gioco personale ed anche questa volta è stato, come di consueto, divertente ripensare all'anno appena trascorso e rivalutare i lavori che più di ogni altro hanno entusiasmato i lettori del blog. Ovviamente non sono il meglio dell'anno, ma sicuramente il meglio di ciò che abbiamo potuto ascoltare.  Il bello è soprattutto smontarla e rimontarla: non tutti i dischi ben recensiti reggono il tempo e poi, magari, riascoltati e confrontati con altri invecchiano precocemente…
Per quanto riguarda i primi posti anche stavolta il giudizio è pressoché unanime mentre per ciascuno le posizioni di rincalzo, dalla 5° in giù, rivela i gusti personali e paradossalmente esprimono più dei primi le passioni ed il gusto medio di ognuno di noi.
L'anno è stato di ottimo livello con un pugno di dischi di livello eccellente: i soliti grandi ritorni come lo scorso anno ma anche e soprattutto molti esordienti che si affermano, guarda caso proprio ai primi posti della classifica.
Che succederà nel 2014? Grazie a Spotify e compagnia bella ormai la musica la si può trovare ed ascoltare praticamente gratis e si può decidere di acquistarla dopo averla sentita per bene (anche se decisamente dalla qualità "degradata").
Le grandi case discografiche stanno boccheggiando, in verità più per demerito loro e per il normale corso degli eventi che per un reale disinteresse generale. Il colpo di coda sarà l'ennesimo rilancio sul diritto d'autore, giustissimo a rigore di logica, ma poco credibile e, di sicuro, dagli effetti ulteriormente soffocanti sulla musica in generale.
Per quanto riguarda i concerti, è stata una buona annata anche se qui in provincia è sempre difficile goderseli in ambienti degni di questo nome. Oddio, non che a Milano, Roma e altre grandi città si stia meglio: gli ambienti mancano ed è sempre più frequente doversi adattare ad ascoltare nomi di ogni genere in teatri o location indegne, oppure in condizioni di ascolto pietose (ma con biglietto rigorosamente caro…). E' un peccato perché ormai da qualche anno i grandi e piccoli nomi hanno deciso di investire soprattutto nei tour diversificando i loro investimenti.
Mi fermo qui per non annoiare: buon anno a tutti (vabbè è il 2 febbraio, ma fare un augurio è sempre buona educazione).

mercoledì 22 gennaio 2014

NON SOLO USA & UK!

Come lo scorso anno, ripassiamo alcuni albums pubblicati nel corso del 2013 da gruppi di paesi non di lingua inglese, meritevoli di attenzione nonostante un humus musicale più difficile rispetto alle bands cresciute a "pane e rock" in USA, UK, Irlanda, Canada, Australia, Nuova Zelanda.
Alcuni lavori sono già stati segnalati nel corso del 2013 sul blog. Chi fosse interessato cerchi le recensioni dei bei dischi di Mister and Mississippi (Olanda), Agnes Obel (Danimarca), Motorpsycho (Norvegia), Emiliana Torrini (Islanda), Blackfield (Israele), The Knife e Junip (Svezia), Dear Reader (Sudafrica), ed i contributi dei cugini francesi, che vanno dal rimarchevole esordio di Woodkid (mio disco dell'anno: è la prima volta che succede al disco di un paese non english-speaking), al notevole Buzztown ed al più dozzinale Phoenix.
Qui sotto altri albums meritevoli di considerazione ed ascolto.
  • (ISLANDA) ASGEIR (2013) In The Silence (Dyrd ì Daudathogn)
  • Il 21enne Asgeir Trausti è il nuovo artista emergente dall’Islanda, terra ormai stabilmente ai vertici della qualità pop-rock-elettronica del vecchio continente, e spesso fucina di talenti e nuove sonorità. Ad Asgeir le doti compositive ed interpretative non mancano, sebbene non si possa considerare originale: non è avantgarde come Arnalds Olafur o Johann Johansson, né onirico come i Sigur Ros o i Mum, è meno folk di Hjaltalin e Amiina, meno elettronico di Bjork e Jonsi, meno pop di Bang Gang ed Of Monsters and Men, meno intimo di Soley ed Emiliana Torrini, per confrontarlo ai suoi conterranei più noti. Ma ha assorbito bene la lezione di tutti loro, e conserva il tratto fiabesco della terra dei ghiacci. Il cantato è in lingua madre, ma è in uscita una versione con testi in inglese, curata da John Grant. 7.5/10
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  • (FAR OER) TEITUR (2013) Story Music
  • Terzo lavoro per il cantautore delle Far Oer che si muove in punta di piedi con strumenti acustici tra folk fatato, avanguardia orecchiabile, new age colta, cantautorato intimista (in inglese), senza mai prendere una decisa direzione in un senso o nell’altro. Così, a tratti e nel complesso, ci si ricorda di Balmorhea, Unthanks, Amiina, Ossian, Sigur Ros. Discontinuo ma interessante, per animi poetici. 7.3/10
    (BELGIO) GIRLS IN HAWAII (2013) Everest
    Attivi dal 2000 ma titolari di soli 3 albums, le 2 coppie di fratelli Wielemans/Vancauwenberghe (più amici) sono state le grandi promesse (anche commerciali) del Belgio, paese noto per l'alto tasso di piovosità e di depressione, oltre che per Eddy Merckx e (in seconda battuta) Renè Magritte. Le prime 2 si riscontrano nella musica del gruppo, un pop malinconico di buona scrittura, che non ha mai abbandonato l'impostazione indie a favore delle classifiche. Al terzo album (il meno riuscito) si sentono sempre echi di Grandaddy, Blonde Redhead e dei Flaming Lips più onirici e pop. 7.1/10

    (DANIMARCA) THOMAS DYBDAHL (2013) What’s Left IsForever
    Da sempre cantautore acustico meditativo, ma con tendenza alla comunicazione digitale piuttosto che al ritiro solipsistico, il danese esprime quest’apertura con arrangiamenti moderni e raffinati che tuttavia risultano algidi, distaccati. Come una bella casa arredata da un architetto di fama ma alla quale mancano anema e core. 7/10

    (SVEZIA) ANDREW WYATT (2013) Descender
    Se al vocalist dei synth-popsters svedesi Miike Snow si tolgono i beats elettronici di impronta eighties e si forniscono i 75 elementi dell’Orchestra Filarmonica di Praga, il risultato è Descender: forte di precedenti esperienze nella sonorizzazione di balletti ed installazioni, Andrew Wyatt ne estrae un lavoro più orchestral che chamber-pop, a tratti romantico alla Owen Pallet, altrove prog alla Edward Sharpe, spesso citazionista (Van Dyke Parks e Scott Walker). Insieme vecchio e nuovo. 7.4/10

    (OLANDA) BETTIE SERVEERT (2013) Oh, Mayhem!
    Il quartetto di Amsterdam, guidato dalla voce della canadese di nascita Carol Van Dijk, è nello stardom musicale olandese e band di culto mondiale da 20 anni, col suo guitar-oriented pop-rock che trae linfa dagli anni ’60 ma arrangiato ’80-’90, sul genere Pandoras/B 52’s/Katrina & The Waves. Sempre uguale a sé stesso –ma resta insuperato l’esordio Palomine del 1992—ma altrettanto sempre fresco, vitale, energico, allegro. Perfetto per l’auto. 7.4/10







lunedì 6 gennaio 2014

Recensioni bonsai fine 2013

Il 2013 è già passato ma, prima del giudizio universale sul meglio dell'anno, è doveroso ricordare anche solo telegraficamente alcuni dischi che, solamente per pigrizia (almeno per quanto mi riguarda), non sono stati recensiti sul blog.
Avett Brothers - Magpie and the Dandelion. Doveva essere una specie di disco 2 del precedente "The carpenter" ma, a mio parere, è decisamente migliore di quello (che pure era molto interessante). Voto: ☆☆
Israel Nash Gripka - Israel Nash's Rain Plans. Amanti di Neil Young non perdetevi questo disco. Nel bene e nel male è il "suo" ultimo lavoro (per chi non lo conosce Israel è un suo devoto fan e tutto il disco trasuda le note di Harvest, Zuma, ecc). Voto: ☆☆
Kings of Leon - Mechanical Bull. Avrebbe senz'altro meritato di una maggiore attenzione dal blog. Un bel disco rock, piacevole, mai noioso. Voto: ☆☆
Vampire Weekend - Modern Vampires of the city. Forse è la volta buona: qualità decisamente elevata (e disco dell'anno per Rolling Stone) per questa band americana di alternative indie-rock. Voto: ☆☆
Sting - The Last Ship. A sorpresa, un gran bel disco. Sentito, vissuto, ben suonato ed orchestrato (rappresenterà la colonna sonora di un musical). Voto: ☆☆
Blackfield - IV. Ennesimo progetto di Steven Wilson (Porcupine Tree). Il migliore disco progressive dell'anno (ma aspettiamo il giudizio di Gigi, vero devoto cultore del genere). Voto: ☆☆
The Band Of Heathens - Sunday Morning Records  Stavolta la band texana ha toppato. Voto: ☆
David Bromberg Band - Only Slightly Mad.  Gran bel disco di folk blues nella migliore tradizione di questo eccellente cantautore: sembra di essere tornati ai tempi di Demon in Disguise o Midnight on the waterVoto: ☆☆1/2
Patti Griffin - Silver Bell. Cantautrice country di buon livello, disco piacevole. Voto: ☆☆
Jake Bugg - Shangri La.    JB si conferma giovane di grandi promesse. Disco leggermente più pop del precedente. Voto: ☆☆
Aloe Blacc - Lift your spirit.   Ormai è entrato di buon diritto tra i migliori esponenti soul-black. Disco da classifica, senza rinunciare alla qualità. Voto: ☆☆
Jay-Jay Johanson - Cockroach. Non sempre si può rimanere ad un buon livello. Rivedibile. Voto: ☆☆
Turin Brakes - We were here. Buon lavoro. Questa band non stecca mai. Voto: ☆☆1/2
Gov't Mule - Shout! Disco doppio con gli stessi brani reinterpretati in compagnia di qualche grande star musicale. Il meglio lo si sente quando Warren Haynes sale in cattedra. Voto: ☆☆
The Cooper Brothers - Southbound. Solido disco di rock southern, sicuramente da scoprire ed ascoltare. Voto: ☆☆
James Maddock - Another life.  Non particolarmente ispirato. Voto: ☆☆

martedì 17 dicembre 2013

Jonathan Wilson, Elton John, The Strypes, Okkervil River, Pearl Jam

  • JONATHAN WILSON (2013) Fanfare 
  • Il polistrumentista (eccellente chitarrista) californiano d’adozione non esce mentalmente e compositivamente dal Laurel Canyon psichedelico e libero dell’inizio-seventies, e licenzia una bella conferma, solo lievemente inferiore all’esordio a proprio nome del 2011. Ma tutte le qualità della “music is freedom” firmate ai tempi da Quicksilver Messenger Service, Grateful Dead, Crazy Horse e soprattutto CSN&Y (specialmente il Crosby di “If I Could”) sono qui ribadite con brillante ispirazione. Come il precedente, reggerà bene la prova del tempo. 7.7/10

  • ELTON JOHN (2013) The Diving Board 
  • Da una decina d’anni EJ ha recuperato la verve compositiva degli esordi, più guardando all’amata America che alla natìa Inghilterra. Nell’ultima fatica viene spinto dal produttore T-Bone Burnett a licenziare un album scritto con il fido paroliere dei tempi d’oro, Bernie Taupin, ed arrangiato come aveva fatto tra il 1969 ed il 1975. Ne risulta un disco che sarebbe stato splendido allora, e solo buono –ma solo per motivi anagrafici- ora. Così le multiformi influenze pianistiche (classica, jazz, r’n’r, honky tonk, pop) del nostro sostengono belle canzoni, accompagnate da poco più che sezione ritmica e cori, senza mai una caduta qualitativa ed anzi arricchendo di numerose perle la già nobile discografia. 7.8/10
  • THE STRYPES (2013) Snapshot 
  • E’ assai probabile che l’operazione sia stata commercialmente studiata a tavolino, ma musicalmente il quartetto di giovanissimi irlandesi (tra i 15 e i 17 anni!) sa accendere entusiasmi che vanno al di là dell’hype del momento, che li potrebbe far considerare una sorta di One Direction del rock. Non inventano nulla i ragazzini, ma la passione (e la sorprendente perizia tecnica) che riversano nella vigorosa miscela di rock’n’roll ’50, british blues ’60 e pub rock ’70 risveglia energia e buonumore. Non c’è l’urgenza rabbiosa del punk né la sporcizia del garage sound, e nemmeno la pulizia pop ruffiana del punk-funk: ma in un unico bollente calderone troviamo Dr. Feelgood, Yardbirds, Rolling Stones, Chuck Berry, Howlin’ Wolf, The Jam, White Stripes, Nine Below Zero. Il tempo dirà se si tratta solo di bravi revivalisti (quasi una contraddizione vista l’età) o di un gruppo destinato a lasciare il segno. 7.5/10
  • OKKERVIL RIVER (2013) The Silver Gymnasium 
  • La band di Austin ha da sempre un suono riconoscibile col suo indie pop miscelato ad un folk-rock in stile-Counting Crows, guidato dalla partecipazione vocale verbosa ed umorale del band leader Will Sheff. E così è rimasto anche dopo lo shift interno che ha portato nel 2001 alla formazione dell’ottimo progetto collaterale Shearwater (più rock con sprazzi prog) ed in questo 7° abum in cui le consuete ballate dolenti si avvicinano a degli Arcade Fire più folk, ed i brani più allegri hanno inserti di synth alla J. Geils Band. Ma i Counting Crows restano di una categoria superiore ed anche in casa propria Black Sheep Boy del 2005 resta insuperato. 7.4/10
  • PEARL JAM (2013) Lightning Bolt
  • Per i paladini del grunge la prima parte del nuovo album rappresenta la prova più tesa ed agguerrita (in termini di rabbia punk ed aggressività hard-metal) da almeno 15 anni. Peccato che l’energia si stemperi nel prosieguo del lavoro, sebbene con ballads ispirate a completare un disco senza gemme assolute ma anche senza una caduta di tono, granitico ma al solito tecnicamente eccellente. 7.3/10

giovedì 12 dicembre 2013

DONNE 2: Agnes Obel, Laura Veirs, Emiliana Torrini, Neko Case, Anna Calvi

  • AGNES OBEL (2013) Aventine 
  • La danese mantiene alla seconda prova tutte le promesse fatte con l’esordio nel 2010, Philarmonics, bello e di successo nel Nord Europa. Di studi classici, la nostra è oggi probabilmente la migliore interprete femminile del cosiddetto chamber pop: a pianoforte e voce sospesi nella classicità affianca solo strumenti acustici senza tempo, come viola, violoncello, violino, arpa, chitarra e sporadiche, morbidissime percussioni. 7.8/10

  • LAURA VEIRS (2013) Warp & Weft 
  • Non è una fuoriclasse la cantautrice di Portland, ma è ormai a pieno titolo da considerare tra i punti fermi del songwriting americano recente al femminile. Dotata di una voce che ricorda Suzanne Vega, ma di estrazione folk anziché urbana, al nono album la Veirs si fa accompagnare da Neko Case, Jim James, KD Lang e componenti di Decemberists e My Morning Jackets, per un lavoro elettroacustico sospeso tra folk e country-rock, ricco di arrangiamenti, colori, sfumature, belle melodie e testi d’impegno, che alla fine risulta forse il suo migliore. 7.8/10
  • EMILIANA TORRINI (2013) Tookah 
  • L’islandese di padre italiano è ormai una certezza nel songwriting intimista al femminile di stampo marcatamente europeo (vedi Clara Luzia, Anna Luca, Agnes Obel) che non disdegna la modernità: perciò eccola alle prese con un’elettronica lieve, nei brani più riusciti, con una di chiara derivazione trip-hop, ancora ispirata, e con una che non dimentica la conterranea Bjork e la Goldfrapp più ritmata, avendo ancora tuttavia da imparare da entrambe. Lavoro positivo, moderno ed insieme caldo. 7.4/10
  • NEKO CASE (2013) The Worse Things Get, The Harder I Fight… 
  • La cantante dei New Pornographers esibisce la propria poliedrica bravura contaminando l’indie-pop della band-madre con il rock anni ’80, richiami al soul fine anni ’50 e perfino una canzone a cappella. Lo fa con classe e senza alcuna caduta di tono, pur senza punte di eccellenza. Ospiti Howe Gelb, M. Ward, Steve Turner e membri di Calexico, Los Lobos, My Morning Jacket e, naturalmente, New Pornographers 7.3/10
  • ANNA CALVI (2013) One Breath  Seconda prova inferiore alle aspettative per l’anglo-italiana, dopo il brillante esordio che prometteva un futuro di primo piano, nella scia di St. Vincent. Nel nuovo lavoro la bella cantante e chitarrista indugia troppo sulle ballads e su arrangiamenti ricercati, perdendo tuttavia l’urgenza espressiva ed il calore compositivo del primo album. 7/10 (Per chi è interessato, Anna Calvi sarà in concerto il 25 febbraio 2014 al Teatro Grande di Brescia)

sabato 7 dicembre 2013

Recensioni al volo : San Fermin, Midlake

San Fermin - San Fermin (2013)
Ellis Ludwig-Leone si laurea a Yale e subito dopo, evidentemente provato dalla dura esperienza, si rifugia in una specie di eremo nelle montagne canadesi per 6 settimane camminando per i boschi nelle ore di luce e scrivendo musica nelle altre. Il risultato è questo suo primo lavoro: una ventina di musicisti, inclusi archi, fiati e vibrafoni, per un alternative folk sinfonico modello Arcade Fire, inondato da accordi indie-pop che rimandano alle dissonanze di Sufjan Stevens e Dirty Projectors. Il tutto immerso in un'atmosfera neo-classicheggiante quasi Mahleriana.  Sembra di sentire la versione acustica di Woodkid.  Mezzo punto di meno perché ha un po' troppi brani, alcuni dei quelli sicuramente sovrabbondanti ed inutili, ma è indiscutibile:  siamo davanti ad un potenziale genio assoluto. Voto ★★★★
Midlake - Antiphon (2013) Classica band in perenne transizione, non hanno mai fatto un disco uguale all'altro. Dal debutto indie del 2004 Bamnan & Silvercork al successivo The Trials of Van Occupanther con i suoi ritmi anni '70 fino al bellissimo folk-rock autunnale di The Courage of Others (2010): l'unica nota abbastanza costante è questa tristezza di fondo che pervade un pò tutti e tre i dischi ma che in realtà ha un effetto rilassante, bucolico, quasi magnetico. Per semplificare, appaiono una band il cui tragitto è non distante a quella dei Fleet Foxes, Okkervil River, Tame Impala o Bon Iver. L'abbandono del gruppo da parte del leader Tim Smith, in dissenso con Jonathan Wilson, coinvolto nel progetto di questo disco, avrebbe potuto rappresentare un vero terremoto per la band texana, che invece, ne esce benissimo con la nuova leadership di Eric Pulido (chitarra). Oddio, la malinconia non manca, ma si ha l'impressione che il loro viaggio possa continuare senza problemi (un pò come i Genesis senza Gabriel o i Pink Floyd senza Barrett...): la direzione sembra verso armonie psichedeliche e progressive (una specie di Moody Blues meno melodici) ma lo charme è immutato e ci si ritrova sempre ad ascoltarli con interesse. Voto ★★★1/2

lunedì 2 dicembre 2013

ARCADE FIRE (2013) Reflektor

A mio avviso la corposa (8 elementi in pianta stabile, ampliati nelle eccitantissime performances live) band di Montreal rappresenta il gruppo più influente nella musica rock dell’ultimo decennio. Tanto che l’arcadefireizzazione del suono (fatto per lavoro di addizione sullo spartito: più musicisti, più strumenti –acustici/elettrici/sintetici- più pathos, suoni ipersaturi, per un effetto finale più ansiogeno che liberatorio, eccetto che nelle energiche e festose esibizioni dal vivo) si riscontra in molte bands attuali, poche delle quali riescono tuttavia ad ottenere l’equilibrio perfetto raggiunto dai canadesi in passato.
Perciò dopo 3 splendidi lavori (uno ogni triennio dal 2004) tra i quali (Funeral / Neon Bible / The Suburbs) è arduo scegliere il migliore, la pubblicazione del quarto era carica di aspettative.
Parzialmente deluse, perché se encomiabile è stato il coraggio di cambiare una volta raggiunto il successo, il risultato sonoro del “mix di Studio 54 e voodoo haitiano” (come ha illustrato l’album il leader Win Butler; cui aggiungerei: + glam rock + new wave + dark + synth pop + dub + funk elettronico) è davvero poco memorabile.
E’ un disco ostico, Reflektor, ai primi ascolti perfino respingente per chi mastica la classicità del rock: la ritmica urbana dei Talking Heads abbraccia lo spleen cupo dei Joy Division e l’elettronica dark dei Depeche Mode, con la solita densità (ora spesso pletorica) di arrangiamenti e la carica epico-drammatica che contraddistingue la band, tuttavia stavolta protesa non all’interpretazione personale del rock che è stato ma alla ricerca di quello che sarà. Riuscendovi solo in parte, non tanto per il deciso ricorso all’elettronica spesso dance-oriented (il disco è coprodotto da James Murphy degli LCD Soundsystem) che potrebbe stare nelle corde dell’ensemble nordamericano, quanto per una prolissità concettuale (75’ totali, tutti i brani sono sopra i 6’, gli arrangiamenti sono ripetitivi e le code sfinenti) che può descrivere bene l’alienazione odierna ma non la frenesia contemporanea. Soprattutto, francamente, non si riconoscono canzoni da tramandare ai posteri.
In summa, se di album game-changer si doveva trattare, è a mio parere azzardato ed eccessivamente generoso paragonarlo (come fatto da molta critica) all’Exile On Main Street degli Stones, al Kid A dei Radiohead, all’Achtung Baby degli U2 o all’Heroes di David Bowie: anche se, soprattutto di quest’ultimo “brano” del duca bianco si prende a prestito la densità straniante ed angosciosa del suono, mischiandola con la ritmica dell’ultimo Primal Scream.

Preferite: Normal Person, Reflektor, Afterlife

Voto Microby: 7/10

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