I migliori 10 ed i dischi "caldi" (da 11 a 20).
1. THE SMILE – A Light For Attracting Attention
I migliori 10 ed i dischi "caldi" (da 11 a 20).
1. THE SMILE – A Light For Attracting Attention
Addio 2022.
Dopo due anni gravemente appesantiti dal COVID-19, l'industria musicale è tornata a pieno ritmo nel 2022, con numerosi tour e un flusso costante di nuove uscite musicali durante tutto l’anno. In particolare sto personalmente chiudendo il ciclo con molti artisti che dubito riuscirò mai più a rivedere in concerto, dato l’insulto anagrafico. Quest’anno mi sono congedato dagli Stones, Elton John, Eric Clapton, Genesis; nel 2023 lo farò da Springsteen, ahimè. Molti altri invece li ho desiderati e riscoperti: Beck, Gov’t Mule, Beth Hart, Hackett, Landreth, Blunt. Niente di nuovo, il rock tradizionale tiene duro sempre con gli stessi: la nuova musica non è più rock, è altro, e l’impressione è che non trovi ancora la strada giusta.
Come facciamo ogni anno, abbiamo chiesto ai redattori del blog di condividere i loro nuovi album musicali preferiti. Se stiamo facendo le cose bene, alcuni dei tuoi preferiti sono qui, ma c'è anche molto spazio per la scoperta e questo periodo tranquillo al cambio dell'anno è il momento perfetto per recuperare alcuni album stellari che potresti esserti perso (succede ai migliori di noi!) Prima che comincino le nuove uscite.
A nome di tutti i redattori chiediamo scusa a coloro che ogni tanto danno un’occhiata al nostro blog: non siamo improvvisamente diventati sordi: ascoltiamo sempre tanto ma ci siamo un può impigriti ed abbiamo interrotto a lungo con le segnalazioni. Speriamo di poter uscire da un certo “down” e riprenderle (e riprenderci) magari anche con un taglio ancora più semplice ed immediato. I miei migliori auguri per un anno tenacemente sereno.
Iniziamo con i best 10 di Cerebus e Fabius.
Genere: Art-Rock,
Avant-pop
Simili: Radiohead, Arcade Fire, Alt-J,
Sigur Ròs, Neu!, Talk Talk, Spiritualized, Wolf Parade, Mogwai
Voto Microby: 8.5
Preferite: Free In The Knowledge, Pana-Vision,
Waving A White Flag
Perché questo disco non è a nome Radiohead? E’ infatti del
tutto evidente che il suono è immediatamente identificabile con la band di
Oxford, a differenza dei progetti solisti di Thom Yorke/Atoms For
Peace e Jonny Greenwood, caratterizzati da soluzioni sonore che si
discostavano nettamente dalla band-madre. The
Smile non rappresenta quindi l’opportunità di comporre e incidere qualcosa
di completamente diverso, né di pubblicare materiale rimasto negli archivi del
gruppo, chè le canzoni sono tutte (eccetto la conclusiva Skrting On The Surface) di conio recente. Che sia un segno di
rispetto nei confronti del pur eccellente batterista titolare, Phil Selway, qui
sostituito da Tom Skinner, alle pelli nel combo neo-jazz Sons of Kemet? Di fatto,
ancora una volta l’essenza dei Radiohead si conferma la coppia Yorke/Greenwood,
che con A Light For Attracting Attention
non traccia una linea di continuità con l’eccellente A Moon Shaped Pool (2016) né col più avventuroso ma poco riuscito The King of Limbs (2011). Piuttosto,
similmente a quanto realizzato dagli Arcade Fire con l’ultimo WE (2022), siamo di fronte ad un album
eterogeneo alla Hail To The Thief
(2003), che non inventa nulla ma riesce sapientemente a compendiare i suoni
esplorati dai Radiohead dagli esordi ad oggi. Quasi filologicamente, la prima
parte del disco richiama l’adrenalina degli anni ’90 dei nostri, aperti dal
debutto con Pablo Honey (1993),
ancora in area britpop, e conclusi col capolavoro disperato, angolare e
paranoico di OK Computer (1997). I
brani più ossessivi e spigolosi del nuovo album (sebbene ascritto a The Smile) hanno più un sapore motorik/math-rock che britpop, ma la
medesima oscurità, ansia, amarezza, esasperazione post-punk. La seconda parte
del lavoro appartiene ai Radiohead (oops!) più liquidi e d’atmosfera, figli di Kid A (2000) e Amnesiac (2001), in cui chitarra, pianoforte ed elettronica
delicata si intrecciano ad esprimere malinconia, disagio, tensione ed
inquietudine come da manifesto dei Radiohead del nuovo millennio. La dimensione
emotiva del falsetto ansiogeno di Thom Yorke viene amplificata dalle
orchestrazioni di Jonny Greenwood, ormai maestro di colonne sonore alla corte
di Paul Thomas Anderson (e non solo), e Tom Skinner alle pelli regala ritmiche
ed armonie che mutano di brano in brano (scuola King Crimson avant-prog). E’ in
questa seconda parte che si esprimono i capolavori, le ballate per pianoforte,
elettronica inquieta, crescendo orchestrali ed ombreggiature ritmiche che
richiamano i fasti di Pyramid Song, Fake
Plastic Trees, Exit Music, 2+2=5, e molte altre gemme nel carniere degli
oxfordiani. Alla fine, la domanda iniziale risulta pleonastica: Yorke e
Greenwood ribadiscono di essere tra i musicisti più influenti del nuovo
millennio, e noi siamo di fronte ad un grande album di una grande band. Che
promette meraviglie nei cinque concerti italiani dal 14 al 20 luglio (Milano,
Ferrara, Macerata, Roma, Taormina).
Genere: Classic rock/Hard rock ‘70
Simili: Deep Purple
Voto Microby: 7.7
Preferite: Written In My Soul, Feel The End,
The Record Turns
Ho un debole per questi maturi ragazzacci bresciani: a
partire dalla ragione sociale così cinematografica (Cohen Bros), per seguire
con lo splendido artwork delle
copertine, ma soprattutto con la passione che trasuda dai loro lavori.
Totalmente disinteressato ai suoni dei millennials,
al terzo disco il combo camuno prosegue il percorso a ritroso nella musica rock (iniziato citando, in
italiano, gli anni ’90 di Timoria ma anche di Pearl Jam) per approdare con
l’ultima fatica al classic rock/hard rock degli anni ’70, la golden age della musica rock, influenza già in parte esperita
nell’album precedente. Per farlo i West Fargo hanno abbandonato con brillanti
risultati la lingua di Dante per quella di Shakespeare, e inciso nove brani di
appassionata qualità. Il profilo del lavoro non si adagia, come da archetipo
del genere, solo sui vibranti riff e gli infuocati incisi della chitarra
elettrica di Roberto Roncalli, ma si accende anche grazie alla batteria
propulsiva di Matteo Zelaschi, al basso pulsante di Domenico Ducoli, alla
grande estensione vocale di Davide Balzarini ed all’ordito delle tastiere di
Pierluigi Capretti, che ha certamente ben assimilato la lezione di Jon Lord
(Deep Purple) ma anche dei synth analogici alla Baba O’Riley (The Who). Così se il riferimento immediato di
scrittura ed esecuzione è l’hard rock dei seventies (ben lontano dalle
influenze hard blues dei Led Zeppelin e dal doom dei Black Sabbath, ed invece
più simile ai Purple meno prog e più recenti), il risultato finale è assolutamente
raccomandato agli appassionati del classic rock chitarristico dei ’70. Ad
essere pignoli in un disco che non ha fillers,
la tensione si abbassa nel paio di brani in cui la voce solista viene affidata
all’ugola di Capretti, ben impostata ma priva dell’estensione e soprattutto del
pathos del titolare Balzarini. Come da tradizione della band, l’album si
completa con una bonus track musicalmente
non adesa al contesto, se non che si tratta di un’alternate version acustica di un brano affidato in chiusura
all’interpretazione di Silvia Ducoli, figlia del bassista Domenico. Buona
fortuna anche a lei!
BETH ORTON (2026) The Ground Above Genere : Indie-electronic, Avant-pop Simili : Stereolab, Dot Allison, Nina Nastasia, Laetitia Sadie...