lunedì 1 agosto 2011

WHITE DENIM (2011) D

Energetico (più che energico) è il primo aggettivo che mi viene in mente all’ascolto del quarto disco di questo gruppo texano che, rispetto al lavoro precedente, è passato da trio a quartetto con l’aggiunta del secondo chitarrista Austin Jenkins, guadagnando in fantasia senza perdere le coordinate di partenza. Che sono quelle delle jam bands (più gli antesignani Grateful Dead, però assai più concisi, che Gov’t Mule) meno dedite al southern rock-blues e più ad un pout-pourri che mescola sapientemente la psichedelia col garage sound, il prog con la fusion, il tutto senza uscire dal lustro 1967-1972. Alla base di tutto sta la straordinaria forza propulsiva della sezione ritmica, in particolare del batterista Josh Block, che detta i tempi per le 2 chitarre, acide e liquide, in continua libertà “controllata” a duettare in differita sui due canali. Negli USA “D” è stato elevato dalla critica al rango di capolavoro; nel vecchio continente, geneticamente meno adusi a certe sonorità, possiamo essere meno generosi ma non possiamo non apprezzarlo!
Alla fine, sarà per la costante benedizione del power flower, si insinua e prende forza una convinzione: questo è esattamente il disco che penso partorirebbe Devendra Banhart se si convertisse al suono elettrico.

Preferite: Burnished, At The Farm, Street Joy

Voto Microby: 7.7/10

domenica 24 luglio 2011

Amy Winheouse - R.I.P.

Era tutto stato scritto e detto. L'aveva dichiarato lei stessa. E' una tregedia. Succederà ancora, purtroppo.

"They tried to make me go to rehab but I said 'no, no, no'

Yes I've been black but when I come back you'll know know know

I ain't got the time and if my daddy thinks I'm fine

He's tried to make me go to rehab but I won't go go go"


sabato 23 luglio 2011

Suzanne Vega a Roma, Villa Ada



Se esiste la sindrome di Stendhal per la musica forse l'ho avuta mercoledì scorso a Villa Ada. Magari complice l'atmosfera magica di questo parco meraviglioso che ogni estate ospita concerti di altissimo livello. Magari perché la voce di Suzanne Vega è sempre pulita, calda, vera, ma soprattutto ammaliante, da vera Calipso. Magari perché in un tale contesto le sue canzoni in versione acustica mettono in risalto la loro essenza più introspettiva e spirituale. Sta di fatto che durante tutto il concerto l'emozione è stata talmente forte che la lacrimuccia era sempre lì lì per sgorgare felice.
Partenza a bruciapelo con Marlene on the wall. Dopo trenta secondi è già silenzio assoluto tra i duemila presenti. Accompagnata dalla chitarra elettrica leggera e avvolgente di Gerry Leonard, snocciola tutti i grandi successi, intervallati da alcune canzoni dal musical sulla vita di Carson McCullers, da lei scritto e interpretato a Broadway. Conclude con tre bis, il terzo dei quali evidentemente quale ringraziamento speciale per un pubblico entusiasta che non ne voleva sapere di andarsene.

Eleanor Friedberger - Last Summer (2011)

Debutto solista per Eleanor che, insieme al fratello Matthew, è già nota per far parte del gruppo "The Fiery Furnaces", band pop-indie-sperimentale di avanguardia, il cui primo lavoro Gallowsbird's bark, risale al 2002.
L'ascolto di questo disco ci fa capire che, probabilmente, il maggior talento, per lo meno in termini di stile è appannaggio suo (sicuramente Matthew è l'ambizioso, e coraggioso, della famiglia vista la sua intenzione di pubblicare quest'anno un volume con 8 album insieme....).
Il disco di Eleanor si caratterizza per una versatile combinazione di melodia e malinconia, con atmosfere lievi, talora acustiche, altre volte quasi Jazzy, che fanno ricordare i Fleetwood Mac di Tusk o alcune cose di Joni Mitchell e Laurie Anderson (la bellissima Scenes from Bensonhurts). Evocative melodie al piano che spaziano da riferimenti synth-pop (My Mistakes), funk (Roosevelt Island, I Want Fall Apart on you Tonight) e addirittura new-prog (Inn of the Seventh Ray).

Voto: ★★★ (promettente)


TREMBLING BELLS (2011) The Constant Pageant

E rieccoci con un altro meritevole lavoro di revival del folk-rock anglo-scoto-irlandese dei seventies. Lontano tuttavia dal genio e l’originalità di Fleet Foxes ed Unthanks, ed assai più nel solco di Bellowhead (ma di questi meno burlesque e soul, e più elettrici e psichedelici). Il quartetto di Glasgow si rifà chiaramente ai Fairport Convention che guardavano all’acid rock californiano, ai lavori solistici di Richard e Linda Thompson ed ai Fotheringay, con la voce solista di Lavinia Blackwall che insegue (appunto, insegue…) Sandy Denny e le chitarre elettriche a ricordare costantemente i Jefferson Airplane (quasi plagiati in All My Favourite Mistakes) e la stagione del power flower. Ma la varietà è la ricchezza dell’album: dalle arie cinquecentesche di Color of Night e Torn Between Loves (come degli Amazing Blondel elettrici), ai fiati alla Bellowhead, agli accenni prog di Where Do I Go From You, al pop di To See You Again, ad una Otley Rock Oracle che suggerisce un connubio improbabile tra dei Pentangle elettrici ed il Mauro Pagani world degli esordi. E ovunque immagini capelloni, pantaloni a zampa d’elefante, basettoni, bluse psichedeliche e frange folk rigorosamente a cavallo tra ’60 e ’70.

Peccato che non vi sia traccia dei tre decenni trascorsi dopo gli anni ’70, ma soprattutto che il lavoro sia sovraccarico, dalla batteria ridondante ai fiati, dalla chitarra elettrica onnipresente alla voce enfatica, e alla fine del disco si arriva un po’ spossati. Ma probabilmente una produzione più misurata non gioverebbe ad un gruppo viscerale dall’inizio alla fine, e certamente più adatto ad una dimensione live.

Preferite: Otley Rock Oracle, Where Do I Go From You, To See You Again

Voto Microby: 7.3/10

venerdì 22 luglio 2011

Keith Jarrett, Arcimboldi 22 luglio 2011


Bisogna assolutamente scindere il personaggio e la sua musica.
Il personaggio è peggio di una "primadonna": leggasi l'irritante volantino sopra queste mie parole, unite alle minacce "non verranno eseguiti bis in caso qualcuno sia sorpreso ad effettuare fotografie degli artisti"comunicate a metà del concerto ed accolte tra lo sconcerto ed anche l'ilarità generale. In questo clima non proprio tranquillizzante il concerto inizia con un sentimento di disagio sicuramente non migliorato dall'atteggiamento di Jarrett che, sempre spalle al pubblico, appare infastidito anche dal colpi di tosse e forse addirittura dagli applausi scroscianti alla fine di ogni brano. Il pubblico risulta quasi intimidito dall'atmosfera sicuramente poco tranquillizzante. Bah. Per fortuna Jarrett si è presentato con una camicia rossa su pantaloni neri, accostamento di colori sempre a me caro.
Veniamo alla musica: la sua sublime capacità di accarezzare i tasti facendo sprigionare melodie che lo inducono ad una specie di intensa "trance" artistica è incredibile. Il suo tocco leggero esalta tutti gli "standards", eseguiti con l'inappuntabile collaborazione di Gary Peacock e Jack DeJohnette (forse lievemente sopra le righe in qualche occasione).
I brani eseguiti (grazie a The Student per i suggerimenti): nel primo tempo All of You, Summertime, Stars fell in Alabama, I'm gonna laugh you right out of my life + un blues che nessuno è riuscito a capire cosa fosse. Dopo l'interruzione: Life is just a bowl of cherries e la fantastica Answer me my love di Nat King Cole (con applauso infinito al suo termine), Solar e When will the blues leave in versione decisamente free. Per finire Tennessee waltz e i bis (elargiti nonostante qualche flash birichino): Things ain't what they used to be e Once upon a time.
Vicino a me, Stefano Bollani, appare particolarmente impressionato; proprio come il sottoscritto. Grazie Sandra per avermi spinto ad assistere a questo meraviglioso concerto. Certo, Jarrett è un pò uno s.... però, chissenefrega.

domenica 17 luglio 2011

BLUE OCTOBER (2011) Ugly Side – An Acoustic Evening With Blue October

Quintetto texano poco noto in Italia, ma già discograficamente attivo dal 1998, gode in realtà di un buon seguito in patria nel filone post-grunge poco apprezzato dalla critica ma molto amato dagli/dalle adolescenti e dall’airplay radiofonico (massicce le vendite di nomi quali Puddle of Mudd, Collective Soul, Creed, Bush, Calling…).

In questo lavoro dal vivo, acustico ma dai suoni pieni (il violino amplificato di Ryan Delahoussaye non fa rimpiangere l’elettrica), la band ha l’opportunità di uscire dal clichè del genere, riuscendovi solo parzialmente, giacchè l’assioma adolescente = introspettivo/disperato/esistenzialista/melodrammatico viene conservato nella totalità, primariamente a causa/merito delle corde vocali del leader Justin Furstenfeld, che rispondono appunto agli aggettivi precedenti. Nel male ma anche nel bene, perché piaceranno sicuramente a chi soffre di astinenza da Peter Gabriel/Genesis o Fish/Marillion, al punto che più che al post-grunge il disco in oggetto è assimilabile al neo-prog (tanto che non esiste un-assolo-uno in tutto il lavoro). A me è piaciuto, ed anche molto (ah, se solo potessi ridurre la verbosità del cantante, che non sta mai zitto per più di 20” e che fa sembrare i rappers degli allievi di Ungaretti…). Sarebbe anche mezzo voto in più ma, via, si tratta pur sempre di un best, sebbene live…

Preferite: Dirt Room, Picking Up Pieces, Come In Closer

Voto Microby: 7.8/10

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