mercoledì 8 settembre 2021

BOBBY GILLESPIE & JEHNNY BETH (2021) Utopian Ashes

 


Genere: Pop-rock, Chamber pop, Country-soul noir

Simili: Nancy Sinatra & Lee Hazelwood, Gram Parsons & Emmylou Harris, Serge Gainsbourg & Jane Birkin

Voto Microby: 7.8

Preferite: English Town, Chase It Down, Remember We Were Lovers

Lo scozzese Bobby Gillespie (frontman dei Primal Scream) e la francese Camille Berthomier (in arte Jehnny Beth, frontwoman delle Savages) non hanno timore di uscire dalla comfort zone delle reciproche bands e deludono chi si attendeva una proposta aggressiva, rock e/o screamadelica, ma di converso affascinano con un pop rétro dalle tinte country-soul noir, assai adatto a raccontare in modo romantico e struggente, senza spigoli né rabbia, la fine di una storia d’amore (non la loro), còlta nella fase in cui entrambi realizzano che la relazione è troppo difficoltosa per proseguirla ma ancora intensa per interromperla senza dolore. Il pathos emerge in modo elegantemente rassegnato, grazie ad una strumentazione quasi da camera, acustica e ricca di plettri, tasti ed archi, e di armonie vocali in cui Gillespie sorprende nel ruolo di malinconico chansonnier e la Beth in quello della controparte dalla voce insolitamente modulata e perfino vibrata. Accompagnano in punta di piedi ma con arrangiamenti ricchi gli altri tre Primal Scream e il basso di Johnny Hostile, partner della Beth nella vita. Un album nella scrittura e nel mood più scozzese che francese, che richiama coppie d’altri tempi, da Nancy Sinatra/Lee Hazelwood ai recenti Lindsey Buckingham/Christine McVie, ma in cui si scorge nascosto il seme di Grievous Angel di Gram Parsons.

martedì 24 agosto 2021

LEON BRIDGES (2021) Gold-Diggers Sound


Genere
: Soul, R&B

Simili: Frank Ocean, Sam Cooke, Black Pumas, Aloe Blacc, Michael Kiwanuka

Voto Microby: 7.6

Preferite: Born Again, Why Don’t You Touch Me?, Don’t Worry

La terza prova del soul-singer texano è vellutata come la voce di Sam Cooke, ed arrangiata alla scuola di Frank Ocean, senza tuttavia possedere il talento compositivo e la leggerezza timbrica del primo né la modernità di approccio del secondo. Bocciato? Neanche per sogno. Dietro un prodotto tanto levigato da sembrare artefatto, che profuma di retro-soul ma in cui non c’è una nota fuori posto che perlomeno finga una dose di spontaneità, occorrono parecchi ascolti per apprezzare una buona scrittura ed un mood malinconico anziché algido. Una produzione che ha appiattito le canzoni, tanto da farle assomigliare l’una all’altra (ai primi ascolti), ed una mestizia che in superficie sconfina nel tedio sono i difetti principali di un album che si fa apprezzare per tutto il resto. Bridges conferma il suo talento soul, diverso da quello amato dai devoti del retro-soul ma anche dai modaioli del nu-soul e dell’alt-R&B, tuttavia è arduo perdonare l’assenza di speranza e gioia in un genere musicale nato e cresciuto col giubilo divino trasformato nel gaudio carnale e permeato dalla fiducia in un mondo, personale e universale, migliore. Va applaudito il coraggio (per uno che faceva il lavapiatti fino alla casuale scoperta di un talent scout) di avere scartato la più comoda via delle classifiche a favore di una rivisitazione personale del classico soul/R&B dei ’50-’60, ma si resta in attesa di una prova definitivamente convincente.

sabato 14 agosto 2021

Recensione: David Crosby - For Free (2021)

DAVID CROSBY - For Free (2021)



Genere: Folk Rock

Influenze: Donald Fagen, Joni Mitchell, CSNY


Qualche mese fa Croz ha fatto notizia per essersi aggiunto all’elenco di artisti che hanno deciso di vendere il proprio catalogo di canzoni per potersi guadagnare da vivere. Dopo il lungo stop da COVID, ancora infatti non è tempo di riprendere i tour: una fastidiosa artrite gli rende difficile suonare la chitarra, tutti i suoi problemi di salute ed anche il brutto carattere che lo ha fatto litigare per l’ennesima volta con i vecchi amici di un tempo Nash e Stills lo hanno portato ad isolarsi ancora di più, scegliendo di chiudersi in sala di incisione insieme al figlio James Raymond. Ecco quindi il quinto disco in sette anni per l’ottantenne David (compie gli anni proprio oggi, 14 agosto) ed il figlio, polistrumentista e da tempo partner creativo e produttore (e che va anche lui per i sessanta…), quasi a voler ricostruire la sua produzione West Coast e riportando la sua scrittura ai fasti californiani degli anni sessanta e settanta. Il lavoro vede all’opera buona parte dei collaboratori che lo accompagnarono nei lavori precedenti con una serie di piccoli grandi supporti da Michael McDonald, Donald Fagen e Brian Wilson. Perfino la copertina, un suo ritratto dipinto da Joan Baez, sembra voglia ulteriormente sottolinearne la statura creativa e poetica.

Il disco prende il nome da una cover di Joni Mitchell (è su “Ladies of the Canyon” del 1970), scritta proprio nello stesso periodo in cui lei e Crosby avevano una relazione e qui riproposta insieme alla bravissima Sarah Jarosz. Non manca inoltre l’omaggio agli Steely Dan (da lui sempre considerata la sua band preferita) includendo un brano (“Rodriguez for a Night “) il cui testo è scritto da Donald Fagen e musicato da James Raymond in una sorta di fusione rock-jazz dalle sfumature lievemente funky.

La voce è in gran forma e le armonie sono perfette, non come ci si aspetterebbe da un ottantenne brizzolato. Un album che vola, caldo e senza fretta.


Da ascoltare: River Rise, For Free, Rodriguez for a Night, I won’t Stay for Long.

Voto:





venerdì 6 agosto 2021

THE BLACK KEYS (2021) Delta Kream


Genere
: Blues elettrico, Rock-blues, Hill Country Blues

Simili: North Mississippi Allstars, Devon Allman, Cedric Burnside

Voto Microby: 7.5

Preferite: Going Down South, Coal Black Mattie, Poor Boy A Long Way From Home

Al duo di Akron va riconosciuto il merito, con White Stripes e Jon Spencer Blues Explosion tra gli altri, di avere agito da testa d’ariete nel riportare all’attenzione degli ascoltatori giovani il blues, spogliato degli abiti tradizionali e sporcato invece con l’indie garage-rock bianco. In vent’anni Dan Auerbach e Patrick Carney hanno spostato le loro traiettorie verso l’airplay radiofonico senza mai vendersi né cercare soluzioni moderne alla loro personale contaminazione con la musica del diavolo. Fino alla svolta attuale che li catapulta in totale territorio blues. Per essere precisi, non un omaggio al Delta Blues, come potrebbero trarre in inganno la copertina e il titolo dell’album, ma all’Hill Country Blues, tipico della regione ad est dell’Interstate-55 e del Delta del Mississippi. Non una questione di lana caprina, dal momento che il Delta Blues chitarra/armonica di Robert Johnson e John Lee Hooker è stato portato a Chicago, elettrificato e reso famoso già negli anni ‘50 da Muddy Waters & Co. fino alla consacrazione mondiale e giovanile bianca con i Rolling Stones, mentre l’Hill Country Blues è rimasto un sottogenere del Mississippi Blues pressochè sconosciuto fino agli anni ’90, con la ri-scoperta dei due eroi del genere: Junior Kimbrough e R.L. Burnside. Artisti omaggiati da covers già nei primi due album dei Black Keys: una passione/ossessione (rivela Auerbach) che parte quindi da lontano, del tutto sincera. Alte quindi erano le aspettative dei fans dei Black Keys e delle dodici battute riguardo all’annunciato album “blues”. Ma bastano pochi ascolti per comprendere il principale difetto di “Delta Kream”: un tributo talmente sincero che risulta perfino troppo filologico, non apportando alcuna novità dal mondo giovane, bianco e sporco all’interno della tradizione del blues elettrico nero. La medesima lacuna (o mancanza di coraggio) che avevano a mio avviso evidenziato i recenti Rolling Stones di Blue & Lonesome (2016). Delta Kream vale un buon lavoro dei North Mississippi Allstars, ma non possiede alcuna caratteristica peculiare che lo distingua da centinaia di buoni album di blues elettrico “non british”. Non vi è più traccia di un approccio indie, o garage, o rock’n’roll, o southern, o pop-rock, o di qualcos’altro di nuovo: un passo deciso dentro la tradizione blues, ma privo di una scintilla che lo distingua da altri lavori simili. Mi aspettavo più originalità, mi resta comunque un compito più che buono. 

martedì 27 luglio 2021

JOHN GRANT (2021) Boy From Michigan

 


Genere: Synth-pop, Indie-rock, Alternative singer-songwriter

Simili: Steve Mason, Steven Wilson, Perfume Genius

Voto Microby: 7.2

Preferite: County Fair, Billy, The Only Baby

Sono sempre stato affascinato e insieme sconcertato, mai indifferente, all’ascolto dei dischi di John Grant, fin dai tempi in cui era leader dei sottovalutati The Czars. Ma soprattutto da quando il bizzarro genio del Michigan si è messo in proprio col debutto Queen of Denmark (2010) , album più amato in Europa che negli States. Amore ricambiato dal momento che Grant ha scelto di vivere molti anni fra Germania, Russia, Inghilterra e Islanda. Da solista Grant ha abbandonato la raffinata miscela di alt-country e dream pop che caratterizzava The Czars (ma anche l’esordio in proprio) per abbracciare il synth pop anni ’80. Decisione sciagurata per la maggior parte dei suoi fans, tuttora riottosi verso i suoni gommosi che guastano le canzoni dell’americano. Guastano, sì: perché anche nei 12 brani di Boy From Michigan ascoltiamo 3-4 belle canzoni, riuscite sia nella scrittura che nella realizzazione, 3 che vorrei pensare pleonastiche (visto che l’album dura 75 minuti) ed invece sono proprio brutte (Best In Me, Rhetorical Figure, Your Portfolio), e le rimanenti che sono compositivamente più che valide ma inutilmente tirate per le lunghe e/o arrangiate in modo a dir poco opinabile, con trionfo di synth e vocoder che forse vorrebbero rifarsi a Kraftwerk ed Einsturzende Neubaten ma che nella pratica risultano pacchiani. Difetto (che evidentemente il nostro non ritiene tale) già esibito nei precedenti album, e che mi fa anche stavolta storcere il naso di fronte all’evidenza del talento sprecato. Peccato perché Boy From Michigan è ad oggi probabilmente il lavoro più romantico ed intimo (nelle intenzioni) della carriera solista del barbuto yankee. Si è scritto che il John Grant di BFM è riuscito a fondere Harry Nilsson con Vangelis, e ritengo l’osservazione pertinente se riferita alle composizioni minori dei due artisti. Nel 2013 su queste pagine chiudevo la recensione di Pale Green Ghosts con una domanda tuttora valida: “Si può rimandare uno studente a settembre con un 7 in pagella? Sì, quando non si tratta di profitto ma di condotta”.

mercoledì 21 luglio 2021

VAN MORRISON (2021) Latest Record Project, Vol. 1

 

Genere: Soul, R&B, Blues, Swing

Simili: Ray Charles, Otis Redding, Jackie Wilson

Voto Microby: 7.7

Preferite

CD1 : Blue Funk, Where Have All The Rebels Gone, No Good Deed Goes Unpunished

CD2 : Duper’s Delight, Jealousy, Why Are You On Facebook?

Ai primi ascolti dell’undicesimo album in undici anni di Van “The Man”, il primo doppio (28 canzoni) in studio dai tempi di Hymns To The Silence (1991), la reazione è stizzita più che annoiata: ma come, la solita, ennesima minestra? Peggiorata dall’ulteriore recente presa di posizione pubblica da negazionista-COVID che ha rinforzato la sua fama di antipatico e misogino. E confermata da testi insolitamente banali, spesso di livello medio- più che tardo-adolescenziale, a tratti imbarazzanti per un artista che ha dimostrato di saper esprimere in modo squisitamente poetico i sentimenti umani. Musicalmente, rispetto alla storica critica di pubblicare da decenni lo stesso disco con i titoli cambiati, ai primi approcci verrebbe perfino da peggiorarla: melodie che sembrano non aver fatto il minimo sforzo per distinguersi dai canovacci del blues e del soul anni ’60 già esaltati dall’irlandese al tempo dei Them, e finanche per differenziarsi l’una dall’altra. Insomma un compito pigro e svogliato, sebbene calligraficamente ineccepibile, eseguito dal primo della classe, ma anche il più antipatico e presuntuoso, senza che le Muse della poesia e della musica abbiano sfiorato il “Latest Record Project”. Poi, come si concede ai geni, si ascolta il lavoro più volte, affidandogli prima il ruolo di sottofondo mentre si svolgono altre faccende, poi l’attenzione a metà durante un lungo viaggio in auto, e progressivamente emergono, insieme all’arcinoto piano musicale, le “solite” qualità: voce straordinaria, musicisti di primo livello, grande rispetto per la musica black anni ’60 che però nelle mani di The Man è diventato in mezzo secolo un celtic soul-blues unico ed inimitabile (ma purtroppo l’aura mistica che pervade tutti i migliori lavori dell’irlandese è assente in LRP, eccetto in un brano, Duper’s Delight). Inoltre la constatazione che almeno musicalmente non esiste un brano debole, e sebbene The Man non ci conceda nemmeno una gemma degna di entrare tra le sue migliori 50 canzoni, il livello medio è buono e almeno 7-8 brani sono melodicamente ottimi. Brillanti i musicisti, sul consueto impianto chitarre-piano-contrabbasso-batteria-cori-fiati (tra cui il sax baritono di Morrison), con nota di merito per l’onnipresente Hammond di Paul Moran. Peccato per la cattiva qualità delle liriche, ispirate sostanzialmente al lockdown-COVID e dintorni (presunte cospirazioni politiche e ruolo dei social network): per dirla con Rolling Stone nella maggior parte dei casi, le 28 canzoni in scaletta sembrano una collezione di tweet, rant su Reddit e post da troll. Nei momenti migliori, Latest Record Project è un bizzarro mix di paranoia e indignazione così cocciuto da risultare quasi divertente. Nei peggiori, con quegli arrangiamenti lounge e la scrittura pigra, il disco è solo una cosa e niente di più: un lungo elenco di lamentele e rimostranze private di Morrison. Nella maggior parte di Latest Record Project Morrison mette in mostra reazioni (e arrangiamenti) superficiali come se fossero prodotti rifiniti. Il risultato è una raccolta di riff e invettive a volte piacevole, altre frustrante, saltuariamente eccitante e in buona parte inascoltabile.” La stroncatura vale all’irlandese un giudizio di 2/5, non isolato dal momento che globalmente i giudizi sono negativi: Metacritic 52/100 (la media delle recensioni worldwide), Pitchfork 5.4/10, AllMusic 2.5/5, Mojo 4/10. Al solito Van Morrison è divisivo: si va dai 2/10 di The Guardian al 9/10 di American Songwriter, e l’amore italico per il mito irlandese garantisce le critiche più benevole, perfino entusiastiche, proprio da parte della critica musicale dello stivale (per lo stimatissimo Aldo Pedron – su Off Topic – “il 42° album di Van Morrison è il più dinamico, il più versatile e contemporaneo da anni… Ancora una volta restiamo meravigliati dalle sue armonie… 2 ore e 7 minuti di musica eccelsa”). Personalmente non lo inserisco tra i suoi lavori imprescindibili, ma certamente tra quelli di buon livello.

lunedì 12 luglio 2021

JOHN SMITH (2021) The Fray

 


Genere
: Singer-songwriter, Folk-pop

Simili: Ben Howard, John Mayer, David Gray, Nick Mulvey

Voto Microby: 7.6

Preferite: Hold On, Deserving, The Best of Me

Cantautore acustico dell’Essex già indicato da John Renbourn come “il futuro della musica folk”, al sesto album il Mario Rossi inglese sembra pronto ad allargare la propria popolarità al pubblico di partecipanti ai concerti (perfetto il teatro), dopo aver conquistato il plauso della critica. Lo fa in virtù di un’apertura maggiore al pop (di stampo John Mayer e David Gray) e alle contaminazioni con il genere ”americana” (i duetti con Sarah Jarosz, Lisa Hannigan e Jessica Staveley-Taylor lambiscono il country-pop). Ma la perizia tecnica (è un eccellente chitarrista fingerstyle, con accordature aperte e percussive sullo stile di Ben Howard) e l’humus antico che cita John Martyn e Martin Simpson donano spessore alle dodici composizioni “sull’amore, la perdita e la speranza” partorite durante il lungo lockdown-Covid. Le atmosfere composte, gli arrangiamenti eleganti, i colori pastello, il tono intimo non conferiscono al disco un alone crepuscolare o confessionale, ma piuttosto luminoso, pacato e conciliante. Registrato ai Real World Studios di Peter Gabriel e con featurings di livello (oltre alle citate, anche Bill Frisell, The Milk Carton Kids, Jason Rebello), The Fray è un ascolto consigliato anche a chi apprezza Iron & Wine, Joe Henry, Jackson Browne, Nick Mulvey, Josè Gonzales.

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